Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore (Ala Bianca Group / Warner Music, 2020)

«Ho provato a fare qualcosa di bello per il mio pubblico e, insperabilmente, per un’altra serie di persone che sono sensibili in questo momento. Il mood del mio disco, che non tenta di rassicurare in maniera falsa ma empatica, spero possa essere un bel gesto per chi mi ascolta», comunica Cristiano Godano a Simone Stefanini nella bella intervista uscita su Rockit. E un bel gesto lo è eccome, Mi ero perso il cuore, prima esperienza discografica solista per il leader dei Marlene Kuntz (che pure hanno fatto uscire, qualche giorno prima, un doppio interessante album dal vivo, 302010 MK²LIVE, in parte elettrico – con quasi l’intera riproposizione di Ho ucciso paranoia – e in parte acustico).

È un gran bel gesto perché, oltre ad essere uno splendido disco di country, folk e simil-blues acustico – lasciamo perdere per un po’ la forzatura col cantautorato solo perché siamo italiani? Grazie – Mi ero perso il cuore se ne infischia cordialmente di strategie di marketing e finte empatie a scopo di lucro (alzi la mano chi, come il sottoscritto, non sopporta gli spot televisivi “a tema” del periodo Covid e vorrebbe macchiare tanti muri – cit. – con scorie cerebrali di addetti alla comunicazione e simili; ma è solo un fugace brivido individuale, prontamente sommerso dagli inevitabili diktat delle leggi di mercato comunicazionale) per uscire dal guscio proprio quando tutti gli altri ci si rinchiudono per la paura di svanire nel vento come la risposta cercata da una certa nota canzone. E la cosa non è affatto di poco conto, visto che il disco era già pronto da diversi mesi e che, scegliendo proprio questo periodo come ideale per la diffusione, dimostra di essere consapevole della fondamentale importanza di utilizzare, una volta per tutte, principalmente le piattaforme digitali (ma c’è anche il cd e il vinile, ovvio) per quello che realmente dovrebbe essere il loro ruolo principale: divulgazione a più ampio raggio, reperibilità anche per i meno abbienti ma volenterosi di accrescimento culturale e, perché no, spirituale. O no?

E proprio a tale scopo, probabilmente, quello che Godano inoltra anche nell’universo delle interconnessioni è un agglomerato di brani raramente così delicati ma, al contempo, carichi di empatia rivolta a un’umanità alla deriva concettuale se non proprio ideologica, densi fino al midollo, però, di una speranza (se può avere ancora un senso, ad oggi, utilizzare ancora questa parola) concreta, presente, viva, che dimostra continuamente di avere la serissima intenzione di rimettere in sesto qualcosa nella vita di tutti i giorni, quel qualcosa di apparentemente intangibile ma che, talvolta, fa riaprire gli occhi al mattino con un senso di spossatezza, timore, preoccupazione.

I confortanti e sempre necessari spettri dei padri putativi (musicali ma anche concettuali, guarda un po’) di una vita intera ci sono praticamente tutti (Young, Dylan, Cohen, Crosby Stills & Nash per certi versi, sicuramente anche l’ultimo Nick Cave in linea con quello di Nocturama), come in realtà ci sono sempre stati sia nel corpo sonoro dei Marlene seminali (se prendi, ad esempio, Lieve da Catartica ti rendi perfettamente conto dell’enorme retroterra culturale da cui proviene; non a caso, riproposta spesso in chiave acustica o comunque ricostruita, risulta essere uno di quei tipici brani talmente ben scritti da poter essere suonati davvero in qualunque modo – chiedere anche ai C.S.I, volendo) che in quello dei Marlene post Bianco sporco, dove l’accordatura delle chitarre si riassestava su principi di maggiore ordinarietà per donare luce, nel vero senso della parola, a infinite nuove diramazioni possibili, proseguite in alcuni album successivi (in primis Uno e il bel live Cercavamo il silenzio, ma si tratta di semi già squisitamente presenti in Che cosa vedi e Senza peso) anche dove il ritorno alla graniticità risultava ben più evidente (vedi Nella tua luce).

Ci sono sempre stati ed ora emergono tutti insieme qui, tra solarità e oppressione, luce e ombra, cenni di rabbia convertiti in lucidissima riflessione.

Quello che colpisce (non sorprende) un po’ più di un’impostazione sonora pregevole per quanto nota a chi Godano lo segue da un pezzo, è forse l’efficientemente diretta semplicità (che nella scrittura del diretto interessato non sarà mai e poi mai futilità, nemmeno nei momenti meno sferzanti) squisitamente riservata ai testi. Il tenero ma concreto altruismo di Ti voglio dire (il primo singolo diffuso a promozione dell’album), ad esempio, in un’epoca di puro isolazionismo individualista (con buona pace di leoni da tastiera e business plan aziendali) arriva dritto al petto con la potenza percettiva di una bomba emotiva.

E poi la docile delicatezza di La mia vincita e Sei sempre qui con me, il country-folk riflessivo di Com’è possibile, la saggiamente rancorose confessioni (marleniane, queste un po’ sì) di Lamento del depresso e Panico (notevoli, qui, gli inserti zorniani di Enrico Gabrielli), la sincera morbidezza intimista di Ciò che sarò io e Ho bisogno di te, il tocco mediterraneo che fa da contraltare alla fragilità espressa da Dietro le parole, l’ambivalenza concettuale (commovente) di Padre e figlio e Figlio e padre (Cat Stevens in mente?), il finale introspettivo e dichiaratamente younghiano di Nella natura e Ma il cuore batte: tutti esempi tangibili di come Godano sia riuscito a calare in tavola un lavoro essenziale ma corposo nelle intenzioni, scarno ma ricco di idee e contenuti. E splendidamente preciso è il supporto dei due Ustmamò, Luca Rossi e Simone Filippi, che assieme a (chi se non lui) Gianni Maroccolo interpretano perfettamente il mood ricercato e richiesto dal direttore.

Che sia la volta buona in cui una larga fetta di sedicenti amanti delle sempre sospirate origini si avvicinino, finalmente, alla sua arte (e magari anche a quella dei Marlene per provare a diramarsi un po’)? Si spera vivamente di sì.

 

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