Gianni Maroccolo – Alone vol.1 (Contempo Records, 2018)

Se non foste stati un po’ tutti quanti così impazienti di farci conoscere la vostra top 10, 20, 30, 100, 1000 dei dischi usciti nel 2018 (l’attendevamo proprio tutti, eh; ma veramente, non vedevamo l’ora). Se aveste avuto quell’accortezza necessaria a non lasciarvi prendere dal consueto, asfissiante e deleterio panico auditivo di fine anno (“Oddddiooooooo me so’ perso sto capolavoro dei Low!” + “Oddddiooooooo devo da recuperà assolutamente quelle novità superassolute di Van Morrison, Neil Young e Ry Cooder!” + varie ed eventuali). Se solo aveste messo un attimo da parte quell’affanno discorsivo che vi regala sempre l’ambizione di sentirvi un filino meno soli. Se solo aveste scelto di sedervi un attimo a sorseggiare un minimo di reale. Beh, chi lo sa: forse vi sareste accorti che il disco dell’anno era questo qua.

Certo, complice anche un piccolo disguido nell’uscita effettiva dell’album oltre la campagna abbonamenti (terminata in dicembre mentre il disco è stato reso disponibile in tutti i formati l’11 gennaio), non era facile potersene fregiare fin da subito. Io stesso – che non potevo economicamente, al momento, disporre dell’abbonamento – l’ho avuto tra le mani dopo l’uscita e posso capire perfettamente il glitch temporal-emotivo.

Sì, avete capito bene: abbonamento. Perché Alone è un progetto in divenire di cui Gianni Maroccolo metterà al mondo un figlio ogni sei mesi. Proprio così. Immagina la meraviglia sprigionata dal poter dare conto della propria esistenza professionale solo ed esclusivamente alla propria personalissima idea di musica, sogno di molti e utopia di troppi, traguardo, qui, ben più che giustamente e doverosamente derivante dallo spessore e dall’indiscutibile storia personale della figura in questione.

Questo primo volume è qualcosa di incredibilmente prossimo alla meraviglia assoluta, per quanta libertà creativa ti investe letteralmente la cute per penetrare fin dentro al più oscuro anfratto di corpo, buono solo però – attenzione – come lasciapassare per la destinazione definitiva che, certamente, non è né qui né ora, bensì altrove – come ben sentenzia il concetto emotivo che porta avanti questo tassello e l’idea in divenire che proporranno gli esperimenti successivi.

E come magistralmente evidenziano i meravigliosi disegni di Marco Cazzato e gli splendidi testi di Mirco Salvadori racchiusi nel bellissimo packaging dell’album (si consiglia apertamente l’edizione vinile), votato a raccontare una storia solo apparentemente distante dai suoni sprigionati dai solchi, in verità perfettamente aderenti a una pelle ideologica che da sempre cerca nuove strade percorribili senza il fardello del dover dimostrare un’identità ben precisa (comunque presente ed evolutasi attraverso tutto quello che Maroccolo ha sempre fatto).

Notevoli gli apporti degli amici Iosonouncane e Edda (Tundra e L’Altrove sono pura meraviglia sensoriale). In molti vedono in questo primo atto tutta una serie di collegamenti con il krautrock tedesco dei ’70. Io, in certi punti, ci sento più cenni di industrial a tratti anche prossimo agli Einsturzende Neubauten di ultimo periodo e qualcosa addirittura dei Nine Inch Nails quieti e ambientali, pensa un po’. Spunti anche di Sakamoto con Alva Noto, forse, o è solo una mia impressione del momento scaturita da recenti ascolti e ancora vive creazioni personali. Di certo ci si trova di fronte a cieli particolarmente densi di sonorità e intuizioni che non è e non sarà facile collocare da qualche parte nel limbo delle ideologie teoriche (ammesso che ve ne sia bisogno, naturalmente). Ma l’universo di Alone, per il momento, è strutturato anche su melodie da quattro corde protagoniste che proprio quelle dita, da più di trent’anni a questa parte, mi hanno insegnato ad ammirare. Ma qui Gianni è stato capace di avanzare il tentativo (riuscitissimo) di una vera e propria metodica compositiva parallela al già detto e al già fatto. Ed è anche questa la sua grandezza.

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