Marlene Kuntz – Karma Clima (Ala Bianca, 2022)

Se ancora siete convinti che Cristiano Godano e soci non siano mai stati una band impegnata in termini sociali e ideologici – non politici, perché quella è una faccenda ben diversa e non affine a un discorso così complesso ma, al contempo, necessario e indispensabile a livello umano e umanitario – allora forse vivete sul pianeta sbagliato.

In arrivo a sei anni di distanza dal precedente lavoro in studio Lunga attesa (nomen omen), Karma Clima, il nuovo album dei Marlene Kuntz, è infatti la summa di un pensiero che parte, probabilmente, almeno da Ricoveri virtuali e sexy solitudini (2010),dove si prendeva in seria e, al contempo, ironica considerazione la contemporanea (dis)evoluzione umana in epoca liquida, discorso magari eterogeneo ma molto ben centrato su obiettivi contenutistici avvertiti come in perenne disgregazione quasi in maniera profetica, per certi versi, o, se non altro, lungimirante quanto a ipotesi di presente e futuro eticamente (e poi anche materialmente) sostenibile.

Passando anche per cenni retroattivi relativamente a dispiego poco fruttuoso e sconclusionato di energie (vedi A chi succhia da Bianco sporco, 2005) e attraversando campi concettuali vicinissimi all’odierno scopo (Catastrofe e, probabilmente, anche Su quelle sponde e La tua giornata magnifica, da Nella tua luce del 2013, o La città dormitorio dal precedente album, tutti validissimi ragionamenti sulla comune opinione civica e sociale, per quanto possa ancora eventualmente significare), un album come Karma Clima si colloca nella discografia della storica band piemontese come imprescindibile pietra fondativa di intenzioni espressive finalmente sviscerate in maniera ampiamente dichiarata e deliberata ma, al contempo, sempre attentissime ai risvolti sensoriali di conseguenze catastrofiche ormai – impossibile negarlo – sotto gli occhi di tutti.

Se i Marlene Kuntz non sono mai sembrati, almeno agli occhi del pubblico di massa, una band anche impegnata in tematiche enormemente importanti per la vita quotidiana degli individui, è forse perché l’approccio medio a una valanga così densa e limpida di contenuti ha sempre avuto la non-valenza di parole considerate come destinate al vento, riservate a una sfera prettamente intellettuale o comunque elitaria della scena rock nostrana. Cosa assolutamente falsa e ipocrita da ipotizzare, dal momento che l’Arte, per sua stessa natura e in ogni sua forma, non è mai lontana (anzi) dal sentire umano in ogni sua sfumatura, dai risvolti spirituali alle implicazioni tangibilmente reali (cos’è la realtà se non ciò che si vede, si sente, si tocca con mano e, al contempo, si percepisce a livello individuale e solo poi collettivo, ciò che si ricorda, si immagina e si ipotizza in ottica presente e futura?).

Con Karma Clima, dunque, i Marlene Kuntz sbarrano la strada a ogni rischio di fraintendimento prendendo ancora più nettamente in considerazione l’attualità e tramandandola ai posteri attraverso una narrazione chiara e tanto oggettiva quanto inevitabilmente soggettiva di ciò che realmente accade sul pianeta, più dal punto di vista umano che sociologico. Assaporando un album come Karma Clima, si affronta un vero e proprio percorso lungo il quale l’animo individuale è chiamato a raccolta e intima (ma assolutamente concreta) riflessione in funzione di una scossa interiore che, rinunciando ad essere un corposo schiaffo in faccia o quel cazzotto nello stomaco che altri hanno voluto e saputo assestare (senza tanti risultati, a quanto pare), riesce ad assumere, con placida oscurità, le nette sembianze di una dolorosissima presa di coscienza che è anche e soprattutto un’ultima e definitiva chiamata in causa per un’umanità in via di estinzione, a cui spetta il compito di salvare sé stessa con atti pratici impossibili da realizzare se non in possesso di adeguate caratteristiche morali e, appunto, spirituali.

Forse anche in funzione di questa visione molto più globale rispetto alle precedenti esperienze contenutistiche, dal punto di vista prettamente sonoro Karma Clima appare come il disco di più considerevole respiro internazionale della seconda (o terza) fase della carriera di Godano e soci, in cui il discorso cantautoriale – definitivamente evidenziato da Godano stesso nella sua prima esperienza discografica in solitaria – riemerge dalla componente profondamente alt-rock delle tre precedenti esperienze (inclusi i recuperi originari di Pansonica del 2014) e va a sposarsi caparbiamente con quella “elettronica suonata” alla quale la band ci aveva preparato durante sessioni di registrazione ampiamente documentate tramite social network e testimonianze documentarie. Un afflusso strumentistico, questo, che non è preponderante in senso fondativo, ma che senza dubbio costruisce e sorregge abilmente architetture sonore decisamente rinnovate attraverso strutturazioni analogiche perfettamente in linea con una scia compositiva ancora ben ispirata e messa in tavola sempre con saggia predisposizione al coinvolgimento uditivo.

Ma è molto interessante notare – oltre al puntualissimo apporto dell’ex Bluvertigo Sergio Carnevale dietro le pelli, in sostituzione ma in linea con le misure timbriche del qui assente Luca Bergia (in merito al quale, semplicemente per sincero e longevo affetto, gradiremmo notizie) – pure come il suono complessivo dell’album sia meravigliosamente supportato anche da “found objects”, partiture orchestrali, cenni di spoken word e groove ritmici che conducono l’ascolto dalle parti di Radiohead ultimo periodo (soprattutto nell’oscurità di L’aria era l’anima, a braccetto anche con molte delle caratteristiche dell’ultimo Nick Cave), Arcade Fire e fascinazioni britpop di grande suggestione capillare. Splendido il mood semi-gospel elettro-noise apocalittico di La fuga così come quello più regolare e simil-soul di Tutto tace, mentre l’elettronica più ardente viene iniettata tra le fila cantautoriali di Lacrima e Bastasse per poi fare spazio a escursioni eteree grazie anche alla voce di Elisa in Laica Preghiera, una sorta di Diamanda Galás trasmutata in ascetismo angelico di grande e delicata pacatezza funzionale alla ricerca di un nuovo sé.

Probabilmente non il migliore dell’ultimo ciclo artistico (ma reiterati e ancor più attenti ascolti sapranno meglio tirare le somme, in un caso preciso e dettagliato come questo) – in cui, probabilmente, il campione da battere resta ancora Nella tua luce Karma Clima è però un disco di imprescindibile importanza per intenzioni e reale efficacia della proposta sia sonora che discorsiva, relativamente al proprio contesto di appartenenza. Un germoglio che può solo continuare a offrire buoni frutti in un panorama artistico stanco, forse disilluso, senza dubbio manchevole di dedizione al pensiero artistico vitale e a un sincero spirito di sacrificio per cui valga la pena spendere forze ed energie – e soldi – pur di affrontare di petto la reale situazione complessiva.

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