Marlene Kuntz – H.U.P. Live in Catharsis (Sonica Factory, 1999)

Scoprire una band tramite un album live può avere un impatto travolgente. Può sconvolgere tutto. Può cambiare una vita, o almeno direzionarla verso lidi diversi da quelli che sembravano essere gli approdi del momento, agilmente spalmabili sugli anni futuri.

Era il 1999 e io ero in fissa coi Pearl Jam da tre anni almeno. Roba sostanzialmente regolare, per un novello rocker quindicenne. Hard rock, grunge, loro e poi i Nirvana, i Soundgarden, gli Alice in Chains, i Mudhoney, le escursioni nella New Wave of British Heavy Metal, i Maiden, i Judas eccetera eccetera.

Ma nel negozio di dischi in cui dimoravo neanche fosse la mia cameretta in un mondo parallelo, sugli scaffali dei vinili troneggiava questa copertina così particolare. In realtà non era poi così particolare, ma aveva dei caratteri attraenti racchiusi da un rettangolo incompleto che lasciava diramare un principio di linea retta rivolta chissà dove. E ancora più attraente era quella foto sfocata e distorta di un proscenio roboante tanto quanto conferiva la sensazione che trasmetteva quell’immagine. Non si poteva rinunciare a prendere quel vinile tra le mani anche solo per vedere di cosa si trattava. Cosa vuoi dirmi, maledetta fotografia sfocata e distorta? Chi sono questi strani soggetti che avresti voluto immortalare ma non sei riuscita a delineare con fermezza per chissà quale irruento impeto istintivo?

Erano i primi anni delle superiori e il compagno di banco con cui avrei condiviso gioie e dolori sia scolastici che sonoramente creativi mi aveva già parlato dei Marlene Kuntz come dei Sonic Youth italiani (altra band che avrei scoperto e ammirato di lì a poco) e del cantante, un certo Cristiano Godano, dato da molti per vero e proprio poeta. Fascino immediato, indiscutibilmente, ma iniziale indecisione nel provare ad assorbire qualcosa di – per me – realmente nuovo, inedito alle orecchie di inquieto adolescente dagli immediati desideri tellurici.

Ma era così attraente, quel cerchio nero con al centro quell’etichetta di quel rosso vivo, quasi ardente, che a mala pena concedeva vita alle scritte, poche ma sufficienti a lasciare che fosse tutto il resto a parlare. All’interno del gatefold, qualche altra fotografia e alcune informazioni sul tour da cui sono state tratte le registrazioni dal vivo ma niente di particolarmente altisonante. Il prezzo, in quel momento, era d’occasione, credo si trattasse dell’unica copia presente in negozio, sedotta e abbandonata in mezzo al mucchietto delle novità, una manciata di vinili passati quasi inosservati dai diktat che imponevano al mercato di rifocillare qualsiasi tipologia di papille auditive solo ed esclusivamente a mezzo compact disc.

Così ci volli provare. Lo portai a casa e rimase lì, in cameretta, per diversi giorni. Poi mi decisi, e lo misi sul piatto. Non sapevo niente degli album in studio precedenti. Niente di niente. E forse fu meglio così.

L’attacco del lato A del primo dei due dischi che compongono la versione in vinile di H.U.P. Live in Catharsis dei Marlene Kuntz è qualcosa di micidiale. Ineluttabile comincia a sussurrarti dei respiri elettrici dal silenzio di una qualche oscurità precedente, per poi permettere all’arpeggio dell’incipit di farsi carne e, solo in seguito, concedere al pubblico di presentarsi come presenza effettiva ma altra, quasi esterna, meramente partecipe dello sciamanesimo che sta per sprigionarsi dall’elettricità del palco. E poi le parole. Giù, a rotta di collo nell’oscurità più sincera e disarmante, nera come la pece. Arrese ad apnee gelide, ipotesi di ulteriore vita vera, chili di silenzio, incubi che verranno.

Ricordo che all’inizio di Aurora le cuffie erano già parte integrante di un corpo che non riuscivo più a muovere dalla sedia. Percepivo cose di cui non comprendevo ancora bene il nesso ma che, incredibilmente, mi avrebbero fatto da fondamentale bagaglio emotivo per difese terrene in epoche successive. In quel momento sentivo di dover assorbire il tutto nel più istantaneo e carnale dei momenti possibili, specie al cospetto di argomentazioni che avevo, certo, cominciato a masticare ma mai in maniera così crudelmente diretta, graffiante, cruda e, al contempo, ascetica, così densa di riferimenti ma ugualmente (ed enormemente) dotata di quella magnificenza che raramente potresti individuare in una band che non pone la verità di se stessa e delle proprie convinzioni come nucleo portante della propria ragione artistica. E tutto nella mia lingua, poi. No, mai. Almeno non ancora, non prima di quel momento.

Ciò che sentivo era quanto si verificò in determinati momenti in un determinato spazio. E se la sostanza era quella (pochissimi se non nulli i rimaneggiamenti, quasi esclusivamente riservati al missaggio delle – ottime – registrazioni da inserire in scaletta), allora c’era davvero da vivere una nuova strada cognitiva, una diversa via da percorrere per ammirare paesaggi del tutto nuovi o, quantomeno, divergenti, a loro modo perfettamente abili a mostrarti che il mondo può girare anche per altri versi e dispiegare promontori di esistenza che probabilmente non avresti mai avvistato o sarebbe stato ben più difficile scorgere.

1°2°3°, Il vile, Sonica. Puro fragore esistenziale, boati di estro creativo che si rivela, d’improvviso, furia irrefrenabile ma razionale, istinto di rivolta emotiva fulminea ma ragionata. E poi, come niente fosse, la quiete per un nuovo tormento. Nuotando nell’aria e Infinità, così, appaiate, l’una a trarre possanza sensoriale dall’altra. Ed è subito load e reload di bagagli emozionali che avrei provato solo anni dopo. Poi le “spore“, questi scampoli di feedback perfettamente selezionati e sguinzagliati al più affamato offerente, mentre da Ape regina fino a Festa mesta è di nuovo tempo di vendemmia per affettività tumefatte ancora sconosciute ad animi che si affacciano alla vita con avidità, con Lieve e In delirio a deliziare un cerchio che forse non si chiuderà mai.

Tanti anni dopo, circa una quindicina, avrei incontrato Godano per la quinta o sesta volta. In quella turnata, però, lui era da solo ad Avellino, dietro casa mia, in un caffè letterario, a parlare di musica, arte e cultura a trecentosessanta gradi con i presenti di quella bella serata. Tanti autografi, qualche chiacchierata e diverse strette di mano erano passate nell’arco di tempo tra la volta in cui presi il vinile di H.U.P Live in Catharsis da quegli scaffali del negozio e l’ultimo firmacopie (feci anche una o due interviste, in verità). Quella volta lì, però, avendo a disposizione tutti i miei dischi in uno dei sempre più rari ritorni a casa, potevo guadagnarmi realmente un suo passaggio sulla Terra in calce al reperto sonoro artefice di un cambio di rotta emozionale che fu sdoppiamento, dislocazione dei sensi, salvazione dissociativa da lì all’eternità.

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