ZiDima – Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare (2020)

Dove eravamo rimasti? Ma sì, certo.

Per cortesia, estirpate da ciò che resta del vostro cervello l’idea che il rock, quello vero, sia morto. Tutt’altro. È vivissimo e prospera nei cuori e tra le mani di chi ha ben chiaro cosa possa significare la propria esistenza su questo pianeta e, a tale scopo, cerca di farne – ora e sempre – qualcosa di realmente concreto che sia in grado di tornare a scuotere gli animi con la forza delle idee, sia sonore che concettuali (cosa ormai non più comune a molti, vista l’attuale predisposizione ad un nuovo disimpegno o a una finta osservazione di sedicenti verità che, in fin dei conti, non sono più).

Mentre il mondo guarda a X Factor e The voice come uniche e sole ancore di salvezza per un’ipotesi di arte (?) musicale capace di privare l’essere umano di una delle sue più imprescindibili vittorie storiche (la libertà di scelta fondata sul libero arbitrio lucido e razionale; ma anche una meritata e sudata monetizzazione del vero talento – di qualunque natura esso sia – a cui non è più concesso uno sbocco coscienzioso e duraturo), giù nelle cantine c’è chi ancora (e da molti anni) sputa letteralmente sangue e sudore, e per sempre continuerà a farlo. E per giunta lo fa guardando, sì, ai maestri di un non lontanissimo passato anche nostrano (prevalentemente il vero rock alternativo di cui tanto – e per fortuna – abbiamo potuto godere nei ’90, complice un asservimento del mercato locale sulla scia di vendite anglosassoni, come è sempre stato e sempre sarà lassù, ai piani alti), ma smontandone le strutture per operare analisi quasi filologiche, in fin dei conti strettamente funzionali a un rimodellamento evolutivo (quando e fin dove possibile, naturalmente) che possa provare a mettere in tavola più o meno nuove basi per eventuali spunti futuri.

Questa è la prima e più solida percezione sensoriale fornita dall’aver appena tirato fuori dallo stereo Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare, il nuovo splendido e importante album dei milano-brianzoli ZiDima (Manuel Cristiano Rastaldi alla voce, Roberto Magnaghi alle chitarre, Cosimo Porcino al basso e Francesco Borrelli alla batteria).

Parliamoci chiaro, dunque: Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare è un album bellissimo di per sé, anche al di là di ogni eventuale confronto interno con le altre uscite della band. Lo è al punto tale da provocare immediate reazioni emotive e ideologiche (cosa alquanto rara oggigiorno specialmente all’interno dei nostri confini, a quanto pare) ad un primo ascolto anche semplicemente di ispezione complessiva, generando, di conseguenza, l’immediata necessità di riavvolgere il nastro per scandagliare meglio alcuni dei tanti aspetti su cui si fonda l’idea che ne fa da pilastro portante. Non potrebbe essere altrimenti, vista la corposa esperienza dell’agglomerato in questione (attivissimo dal 2004 – in verità anche da prima – e con alle spalle almeno altre sette produzioni discografiche tra ep, singoli e album) e non potrebbe sortire effetto diverso, il tutto, vista la possente mole sonora e discorsiva che, a partire dal titolo prescelto, invoca quel sacrosanto senso di apocalisse terrena che punta a rivendicare il ripristino di una memoria individuale e collettiva da preservare in funzione di una possibile nuova alba.

I ponti ideologici e stilistici sono ben chiari: Marlene Kuntz degli esordi e Massimo Volume (questi ultimi apertamente citati, tra l’altro) per quanto riguarda l’impostazione chitarristica e le inflessioni da spoken words clementiane per strutture soniche e testi mortalmente seri e profondi, talvolta complessi ma solo nella misura in cui contribuiscono a creare una fondamentale atmosfera di frammentario divenire.

Frammentazione, dunque. È proprio questa predisposizione a rimettere insieme i pezzi di una o tante storie (ispirazioni e rielaborazioni in chiave personale) che invocano anche Fluxus di Pura lana vergine, Santo Niente, Afterhours sia degli albori che delle prime esperienze in lingua madre ma anche escursioni oltreoceano tese a recuperare quanto di più (mai eccessivamente) ostico e spigoloso sia stato sprigionato da eminenze quali Slint, Helmet (almeno un po’) e Melvins. Il tutto concorre a fare di Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare un album magari complesso per i meno avvezzi a simili sonorità (di cui occorre recuperarne memoria prima ancora di compiere tentativi di comprensione) ma di certo particolarmente espressivo laddove le intenzioni convergono in ottiche di analisi del mondo reale attraverso storie individuali (i nomi che costituiscono i titoli dei brani) che giungono alla individuazione di un sé da rimettere in carreggiata sulla scia di un setacciato esistere a cui sono state minuziosamente prese le misure nel corso del tempo (anche a questo conduce la riproposizione audio di un frammento del versante finale di Eternal sunshine of the spotless mind di Michel Gondry nella ghost track).

Lo dimostra a chiare lettere un incipit come quello di Vale con tutto il suo noise-post-hard-rock teso e prorompente, roboante sia di senso che di sostanza puramente sonora, per poi lasciare subito spazio alle aperture psichedeliche di Chiara che cedono il posto alla rabbia urlante che confluisce nelle incursioni post-hardcore di Emme che, a loro volta, sfociano sia nei cenni noise (anche un po’ Sonic Youth di Dirty qui, forse) che nei ruggiti pseudo-metal di Anna K, ma si abbeverano anche alla fonte oscuramente alternative-semicantautorale di Roby prima di esalare le ultime prorompenti urla hard con la sostanza tellurica di Zita e la stasi meditativa che esplode nelle folgorazioni di Paolo e Rocco.

Sette lettere senza risposta indirizzate ad altrettanti (più uno) destinatari dispersi nel tempo sospeso di un’autobiografia in perpetuo divenire. Sette incentivi a mettere da parte verità edulcorate a buon mercato per riprendere ad asfaltare la via della sostanza contenutistica più vera, sincera, reale. Sette modi per spegnere la febbricitante influenza da baraccone mediatico per riaccendere, appunto, ciò che resta del nostro cervello.

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