Afterhours – Folfiri o Folfox (Germi / Universal, 2016)

“Folfiri” e “Folfox” sono due trattamenti chemioterapici principalmente utilizzati per contrastare malattie devastanti come, ad esempio, il cancro. Si direbbe che le carte in tavola per una consistente serie di presagi mortuari ci sono tutte. Eppure, strano a dirsi (non tanto o per nulla, secondo chi conosce davvero gli artisti in questione) ma è proprio da un album intitolato Folfiri o folfox che gli Afterhours di Manuel Agnelli e soci ripartono sulla retta via dell’interminabile ricerca di suono e senso parallelo. L’abbandono più o meno volontario di due elementi cardine della band milanese (il batterista Giorgio Prette e il chitarrista e polistrumentista Giorgio Ciccarelli) non nuoce affatto alla salute di un percorso mai così ideologicamente e culturalmente coerente, dal momento che l’innesto di elementi come Fabio Rondanini e Stefano Pilia (rispettivamente provenienti dalle pelli dei Calibro 35 e dalle corde vicarie dei Massimo Volume) ricopre perfettamente le richieste implicite di un agglomerato che, sostanzialmente da sempre, punta a non ripetersi mai e, soprattutto, a sperimentare sempre nuove soluzioni capaci di girovagare ben oltre il mero dato di prevedibilità, tanto nella costruzione complessiva delle intere opere quanto, di pari passo, nel setacciamento millesimale di ogni scelta di arrangiamento nella conformazione dei singoli brani.

Folfiri o folfox è un album doloroso e oscuro, certo, ma lo è a misura di (vero) uomo laddove, cioè, proprio una considerevole dose di coraggio ideologico contribuisce alla creazione e alla sopravvivenza di un’ambivalenza (non solo tematica) capace di aprire continuamente spiragli di salvezza, vie di fuga sempre più luminose e ampie quanto più le argomentazioni e le sonorità si fanno ostiche e solo apparentemente remissive.

Ad aver subito per davvero un trattamento chemioterapico per contrastare il cancro, purtroppo, è stato il padre di Manuel Agnelli, uscito sconfitto dalla battaglia poco tempo fa. Dalla sua figura, dal rapporto con il figlio e, principalmente, dall’ampiezza di pensieri e considerazioni che può tristemente regalare una vicenda del genere a chi la sa sfruttare a proprio specifico beneficio, emergono un po’ tutte le argomentazioni poste in essere da questo nuovo intensissimo ma, al contempo, graffiante e decisivo doppio album degli Afterhours (18 brani per ben più di un’ora di musica, saggiamente divisi in due dischi per meglio godere del prodotto in piena epoca di gratuita fretta consumistica da download). Da una così consistente mole di carico emotivo, però, emerge una chiave di lettura a nostro avviso fondamentale per recepire correttamente una proposta contenutistica come quella insita nel disco in questione. Già a partire dalla potente copertina (delicati fiori chiari adagiati su uno sfondo completamente nero), proprio il concetto di ambivalenza accorre a mostrare l’importanza di se stesso in un ambito (come quello da sempre sfruttato da Agnelli e soci) in cui l’odore di zolfo del concetto di morte e fine delle cose può servire a dimostrare come il concetto stesso di rinascita consolidi le sue radici sull’esperienza più saldamente radicata nel più profondo senso di perdita.

Già questa, se vogliamo, può essere un’ambivalenza emotiva non comune a tutti gli esseri umani (in moltissimi, infatti, soccombono all’idea di non saper contrastare ciò che finisce per essere giudicato come insormontabile e mortalmente opprimente). La tesi si avvalora quando ad entrare in gioco sono ulteriori ambivalenze sia tematiche (“Folfiri”e “Folfox” intesi come metafora di tentativo di cura per un’altra cancerogenità da combattere: il contemporaneo annichilimento di interesse emozionale da sempre contrastato ideologicamente dai testi di Agnelli e dai continui mutamenti di suono del suo sempre più eterogeneo ensemble), sia sonore (il continuo alternarsi di scritture in chiave maggiore e minore, con contorno di abilissima e sorprendente sperimentazione sia strumentale che vocale, procedimento in realtà già pienamente in atto nelle precedenti tappe di I milanesi ammazzano il sabato – 2008 – e Padania – 2012).

La vicenda ispiratrice farebbe pensare molto facilmente a un disco unicamente intimo e personale quando, in fin dei conti, così non è. Se da una lato, infatti, possiamo comunque intendere gran parte dei contenuti come derivazione autoriflessiva di Agnelli (in gran parte, ovviamente, presente), dall’altro c’è tanto ma tanto lavoro di gruppo, specie se l’agglomerato in questione è costituito da musicisti di primissima fattura e, soprattutto, perfettamente inclini a contribuire in maniera solida e decisiva sia in fase di scrittura che in ambito di pre e post produzione.

Alle composizioni basilari di Agnelli e alla sua notevolissima evoluzione vocale (c’è addirittura del growl – sì, il growl – sul versante riflessivo della title track), fanno imprescindibilmente da traino l’estro degli archi di Rodrigo D’Erasmo, le ritmiche forsennate e a tratti malate del duo Rondanini / Dell’Era e il rumorismo simil-dadaista delle corde di Pilia e, soprattutto, Xabier Iriondo, già ottimamente in tiro per quanto concerne sperimentazioni rumoristiche nel mezzo di una interessantissima carriera solista (basta accorgersi di cosa c’è un album come Irrintzi per avere una pur minima idea in merito).

In barba a chi temeva, in un certo senso, una sorta di languido ammorbidimento da riflessione introspettiva, dunque, sopraggiungono elementi che concorrono necessariamente alla strutturazione di un andirivieni perfetto tra formati canzone ed esperimenti “audioalchemici” estremamente ruvidi e granitici, sia per propria stessa conformazione che per lucidissima scelta produttiva in sede di registrazione. Se l’apertura propone passaggi acustici apparentemente docili e apprensivi (Grande), l’improvviso ingresso delle urla laceranti (ma perfettamente tarate) di Agnelli mettono subito in chiaro le intenzioni febbrili espletate in frangenti di sana ma ragionata, perfetta, lucida e precisissima rabbia rigeneratrice (Il mio popolo si faTi cambia il saporeQualche tipo di grandezza, Fra i non viventi vivremo noi,le aperture infernal-strumentali di Cetuximab Ophryx e il devastante apice raggiunto dalla title track Folfiri o Folfox assieme a Fa male solo la prima volta). L’alternanza con frangenti più lineari e acusticamente adagiati provvede a giocare il suo ruolo tra naturali riflessioni autoreferenziali (La giacca di mio padreNon voglio ritrovare il tuo nomeLasciati ingannareOggi) fino a raggiungere picchi di saggezza compositiva assolutamente soddisfacenti (Noi non faremo niente Né pani né pesci: forse due dei momenti più emotivamente e liricamente toccanti dell’album). Tra devastazioni terminali, ruggiti e respiri in forma si suono organizzato, insomma, si delinea forse uno degli album più interessanti provenienti dal territorio nostrano nel corso dell’ultimo decennio. E menomale che per qualcuno si tratta solo di musica fatta da cinquantenni per cinquantenni.

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