Marc Johnson’s bass desires – Second sight (ECM, 1987)

Il grado di evoluzione o involuzione di un popolo lo si nota anche, credo, da un graduale, a tratti sanamente compulsivo ma godurioso e liberatorio giro per i mercatini dell’usato. Perché? È presto detto: nell’epoca dell’ipermediazione e del clic selvaggio nonché narcisistico, una enorme fetta di popolazione mondiale è convinta di non aver più bisogno di nulla di materiale, nel senso di tangibile, fisico, effettivamente presente al tatto. Eccezion fatta – e ci mancherebbe altro – per capi di abbigliamento e cibo, possibilmente non eccessivamente chimico o avariato.

Libri? Home video? Dischi? In vinile, poi…no, via tutto, spazio, aria. Come, poi, venga riempito esattamente quello spazio così insistentemente liberato dalle insopportabili pesantezze materiali di tali oggetti – che solo oggetti non sono e non saranno mai, ma a chi importa per davvero? – non è dato sapere. Ma è proprio questo il punto: scoprire la rinnovata utilità di quegli spazi domestici permetterà al genere umano di conoscere a fondo l’aspetto più celato di sé, quello che non finisce su una piattaforma virtuale di accumulo dati, visibili e non; quello che della bellezza di una copertina o della completezza di un suono non roboticamente replicato non sa che farsene pur etichettandosi appassionato studioso del caso?

Ecco un altro fattore parallelamente interessante: l’accumulo dell’intangibile, del virtuale. Ci si reputa cultori, esperti di questo e di quello, padrini di una linea di pensiero alternativo, a tratti sperimentale, e poi si sbatte in faccia al primo riciclatore una gemma del genere in cambio di soli 5 euro (che, in realtà, diventano 2 o 3 al netto delle percentuali di commissione per la rivendita). Cosa può voler dire trovare, in quei mercatini, un disco con copertina mezza stuprata ma vinile praticamente intatto? Si è trattato di un regalo non gradito e, di conseguenza, scartato e gettato via quando il donatore non guardava? Scarto radiofonico non credo, ci troverei il tipico foglio di comunicato stampa dell’epoca (come in quel Green On Red Here come the snake preso da Transmission a Roma diversi anni fa…). Qui c’è un’impronta digitale solo sul lato A, segno, magari, di un mezzo ascolto precedente al ripudio e al conseguente cestinare in soffitte finalmente spolverate per foraggiare noi poveri feticisti illusi. Ma tant’è.

Certo, potrei fare decine di esempi – come quando trovai, presso il medesimo punto vendita, dischi di elettronica sperimentale europea o Out of the grey dei Dream Syndicate autografato da tutti i membri della band; firme confermate come autentiche da un amico che Steve Wynn lo conosce di persona e ci ha pure suonato assieme – ma tutto ciò mi farebbe solo pensare a qualcosa ancora una volta, ancora per un po’.

Marc Johnson è un’eminenza indiscussa delle quattro corde. Bill Frisell lo conoscevo un po’ di più per i trascorsi con John Zorn e i Naked City, che adoro – splendidi anche dischi a suo nome come When you wish upon a star (ri-strutturazioni di musiche per colonne sonore cinematografiche) e All we are saying… con le cover (riduttivo chiamarle così) di John Lennon. John Scofield è forse tra le più sapienti riletture viventi di un jazz molto stratificato e saggiamente incastonato nel cuore di trame blues originarie. Peter Erskine è un maestro tanto in delicatezze velate quanto in smembramenti sperimentali di spazio e tempo. L’unione di simili forze della natura umana non poteva che dare frutti ampiamente disomogenei, in quanto orientati verso un’eterna ricerca di orizzonti differenti e possibilmente inediti. Senza mai tralasciare un certo gusto per la melodia quanto più originale possibile.

Un figlio, un convivente o un semplice inquilino, io, non lo costringerei mai a vivere in una casa senza libri, dischi, videocassette o dvd da scoprire per puro caso, così, da un momento all’altro, in un giorno qualunque, per puro passatempo, mentre fuori piove a dirotto e non c’è modo di uscire.

Mai.

Per il suo bene e per il bene dell’umanità.

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