Un ruggito con le radici in corpo: The Last Internationale

“Finalmente riesco ad avere qualche soldo per andare al mio primo concerto dei Pearl Jam dopo così tanti anni!”, ho esclamato nel preciso istante in cui sono usciti i biglietti per l’I-Days Festival 2018 di Milano. E così è stato. Io, fan dei Pearl Jam dall’età di tredici anni, sono riuscito, una volta per tutte, a vedere i miei beniamini di una vita; anche se ormai non sono più gli unici da un bel po’ di tempo, naturalmente, e anche se praticamente non li ho visti se non dall’alto di uno schermo (maledetto sia il classismo del Pit ora e per sempre). Lascia stare che non ho nemmeno sentito un accidente perché l’audio non era dei migliori e la chitarra di Mike McCready me la sono dovuta immaginare. E lascia stare pure che Eddie Vedder, nella data precedente, ha perso la voce e s’è dovuto ingozzare di antibiotici, regalandoci comunque un incipit di Release reinventato appositamente in lingua italiana per chiedere a noi poveri innocenti timorosi del giorno prima il massimo del supporto (se non altro, è tutto documentato nel mitico bootleg ufficiale: gran bel ricordo).

Ma non è di questo che voglio parlare.

La bellezza dei festival (almeno di alcuni festival), oltre al prendere con filosofia i vari sfasamenti di nervi (vedi alla voce “non ho sentito un accidente”), è anche quella di scoprire nuove band nell’attesa del nome di tuo interesse (in quanto previste sul palco in orari precedenti, ovviamente) come pure di ascoltarne alcune che solitamente non prenderesti in considerazione per il prezzo di un biglietto e i costi di un viaggio con eventuale pernottamento in albergo (come accaduto a me – caso sia unico che raro – per l’imperdibile data dei Tool a Firenze lo scorso 13 giugno; e sulla conformazione edilizia della camera d’albergo pagata 120 euro per una notte, please, sorvoliamo, che è meglio).

Così, giunto il tanto atteso giorno, ho superato la trafila interminabile di tornelli e controlli di sicurezza e percorso l’altrettanto interminabile decumano della zona Expo centrale per arrivare finalmente alla zona concerti, pronto per attendere quelle quattro o cinque ore (minimo) ascoltando altra musica dal vivo in compagnia di amici e conoscenti che avrei incontrato sul luogo del delitto.

Quel giorno – il 22 giugno 2018, il secondo della rassegna milanese – per me alcune band erano interessanti, altre meno. Non avevo particolare interesse nel sorbirmi, ad esempio, Omar Pedrini, per quanto io gli voglia immensamente bene e ami seriamente due dischi in particolare dei Timoria (Viaggio senza vento e, soprattutto, 2020 SpeedBall). Ma ho rivalutato gli Stereophonics o, meglio, ho prestato loro un ascolto più attento e dedito alla causa, anche se non credo di avere l’esigenza di possederne qualche disco.

Prima di loro, però – nel momento esatto in cui ho messo piede nella zona concerto – è salita sul palco una band che non avevo mai sentito nominare prima (e come me, credo, qualche altro migliaio di presenti): i The Last Internationale.

Già il nome mi sussurrava qualcosa di propositivo, resuscitando reminiscenze da vecchio rivoluzionario incallito e incazzato quale ero fino a una decina di anni fa, più o meno. Trasferendo la mente a quel giorno, rivedo la situazione. Salgono sul palco in tre (due lui e una lei) in formazione power trio (puramente basso, chitarra e batteria) e, a prima vista, mi appaiono tutti tremendamente diversi. Dietro le pelli c’è uno che potrebbe tranquillamente figurare in formazione con qualche band emo-core senza sfigurare per i seguaci di tagli e derivati. Il chitarrista mi arriva all’occhio come un sosia di Johnny Ramone con il diavolo di Ron Asheton in corpo. La bassista ha una verve fashion che, a primo approccio, mi irrita alquanto. L’equalizzazione del suono fa a dir poco schifo e loro, complice anche questo aspetto, fanno veramente difficoltà ad ingranare (così come io, ovviamente, faccio difficoltà a capire che roba dovrei ascoltare di lì in avanti). Ma quando scopro che i brani in scaletta non provengono affatto da un canzoniere indie pop, che la bassista canta anche e che, quando attacca a cantare seriamente, comincio a cadere in preda a qualcosa di simile alla pelle d’oca o comunque a un certo trasporto con effetto sorpresa che non provo da anni, allora qualcosa scatta nella mia testolina un po’ stanca di certe dinamiche e mi sveglia da un torpore artistico e culturale quotidiano a cui cerco continuamente di sfuggire.

In anni e anni di studi appassionati e ascolti approfonditi, il timore che ormai mi perseguita, in situazioni come queste, è sempre quello di avere come risultato una delusione grossa quanto la potenziale qualità proposta da immagine, pubblicità e attrazioni di puro marketing. Ma anche se l’audio era quello che era e i brani faticavano ad emergere per ciò che avevano da esprimere per davvero in termini di potenziale, quell’ora scarsa di live dei The Last Internationale mi disse veramente qualcosa, soprattutto a partire dal momento in cui non ho più visto la cantante sul palco scoprendo che si era tuffata in mezzo al pubblico delle prime file per cantare assieme a chiunque una A change is gonna come di Sam Cooke accompagnata solo dal suono di una chitarra acustica e fragili ritmiche appena accennate.

E fu lì che quella voce, così diversa da ogni irritante concezione di intonazione femminile odierna, così calda, avvolgente, coinvolgente, potente, praticamente perfetta, mi disse che sicuramente doveva esserci molto altro dietro. Molto, molto altro.

Insomma, in fin dei conti e Pearl Jam a parte, me ne tornai a casa con una considerevole dose di curiosità nei loro confronti. Nei giorni successivi, allora, cominciai un po’ a documentarmi.

I The Last Internationale, fondamentalmente, sono Delila Paz (voce, basso e chitarra all’occorrenza) e Edgey Pires (qualsiasi cosa abbia a che fare con sei corde). Di batteristi ne hanno cambiati diversi balzando all’attenzione della Epic (storica etichetta controllata dalla Sony) per un album inciso assieme al signor Brad Wilk dei Rage Against The Machine (complice anche l’apprezzamento di Tom Morello nei loro confronti, intenzione che lo avrebbe portato a dar loro una mano sottoponendo la loro musica all’amico drummer e a qualche affarista di settore).

Credo siano di New York e anche se, cercando informazioni in giro, trovereste scritture che li vogliono attivi dal 2013 o 2014, in realtà la loro prima esperienza discografica è datata 2008 (discogs.com docet), anno di uscita dell’eponima autoproduzione, seguita da una prima esperienza di label indipendente potenzialmente di proprietà (la Manifesta Records) per il vero secondo album Choose your killer del 2011.

Le loro influenze dichiarate sono Bob Dylan, Howlin’ Wolf, Pete Seeger e Woody Guthrie oltre a mille altre, naturalmente. Ed è una cosa che, magari, non si nota subito se ci si limita ad ascoltare i due album ufficiali che hanno all’attivo negli annali del rock odierno (We will reign del 2014 e il nuovo Soul on fire, inciso nel 2018 ma uscito solo in principio di 2019 nuovamente in via indipendente), perché l’approccio, almeno in termini di incisione discografica, è ben più hard e underground rispetto ad eventuali impressioni.

Scorrendo le tracklist dei primi due veri album e di alcune registrazioni live sempre autoprodotte, però, si nota la presenza di alcuni “traditionals” e di varie cover (Done somebody wrong di Elmore James, la stessa A change is gonna come, Babe I’m gonna leave you e Hey Hey My My di sappiamo chi e altre ancora). È automatico intuire, allora, come la vena garage sia non solo una componente fondamentale per live entusiasmanti e coinvolgenti sulla scia di una voglia di suonare con pochi simili in circolazione (vedi il rapporto con un qualunque tipo di pubblico di cui sopra), ma provenga proprio da un background culturale di fondamentale importanza, con bacini di larga conoscenza e di ampie vedute che si fanno energia pura quando percorrono la storia del rock con fare, certo, anche lisergico ma estremamente consapevole ed efficace. Perciò, tra le loro mani, il blues diventa hard blues e il rock’n’roll diventa garage rock principalmente sotto una strabiliante lente di ingrandimento culturale tranquillamente in grado di impostare dei veri e propri upgrade intuitivi sulla base di conoscenze sterminate che fanno da fulcro a un potenziale comunicativo davvero con pochi simili al giorno d’oggi. Certo, c’erano e ci sono ancora i Black Keys e Jack White (mettici pure gli Allah-Las, se vuoi) a tenere lezioni di coscienza delle proprie origini in funzione presente e futura, ma qui la posta in palio è forse più alta in termini contenutistici.

Già: l’impostazione contenutistica – perché sì: i The Last Internationale hanno dei contenuti e anche importanti – è di stampo sostanzialmente rivoluzionario, magari bonariamente retrogrado (aridaje con summer of love e manifestazioni “stop the war” ma avercene, per come vanno oggi le cose in un settore morto, sepolto e putrefatto) ma, quando rivolto a fattori politici attuali, necessario ad incrementare ulteriormente l’enfasi del gesto sonoro in presa diretta.

E proprio in termini auditivi, quello che a primissimo approccio contraddistingue senza alcun dubbio i The Last Internationale è un muro di suono molto personale e comunque stratificato, per quanto coeso, compatto e mirabilmente dinamico. Scendendo in qualche dettaglio, c’è da dire che personalmente non sentivo una voce rock-blues femminile così potente da non so quanto tempo (parlo di uscite contemporanee e non di pietre miliari, ça va sans dire). Poche storie: Delila Paz ha una voce stratosferica. Una sorta di (azzardiamo) Joni Mitchell con in corpo lo spirito di Aretha Franklin e Billie Holiday ma forte di una ruvidità e attitudine gloriosamente underground da non sottovalutare neanche nei versanti di duo acustico, estremamente pregevoli nella loro controparte certosinamente soul con retrogusto gospel (provare TLI unplugged del 2017 per credere).

Dopo la fatidica data dell’I-Days di Milano, ho assorbito molto volentieri e con un trasporto non indifferente le energie sprigionate da We will reign, pieno com’è di suggestioni hard rock e hard blues (Life, libery and the pursuit of indian blood, Killing fields, Fire, 1968) sapientemente architettate al fianco di pietanze cantautorali di stampo seventies (Battleground, Devil’s dust, I’ll be alright).

A colpirmi particolarmente, nell’ultimo periodo, è stato però il nuovo album in studio Soul on fire (secondo per gli annali del rock, quarto in verità – senza contare il pur notevole ep New York, I do mind dying del 2013: anche questo con due cover splendide quali Mean Mistreatin’ Mama di Elmore James e Moanin’ at midnight di Howlin’ Wolf). È qui che l’autoproduzione torna a primeggiare in tutta la sua utilità più vera ed essenziale. Tra intro hendrixiani e outro marcatamente street, Soul on fire sguinzaglia anche una sorta di erotismo ascetico derivante da un songwriting ancora più diretto, corsposo ma anche minuzioso nei dettagli e nelle strutture più infinitesimali (Hard times, Hit em with your blues, Tempest blues, Freak revolution, Modern man), senza nessun timore né reverenziale né legato a tentativi di ampliamento strumentistico di varia natura (Try me, Soul on fire o l’implorante sospensione della spiazzante ma splendida Need somebody).

Un unico pensiero, alla luce di tutto ciò, permane nel cervelletto dello scrivente e spera di lasciare libero il campo ad altri aspetti quanto prima: la volta in cui sceglierete di seguire un mio consiglio, sarà sempre troppo tardi, perciò sarebbe anche un po’ ora di rimediare. Accorgetevi di questi signori, gustatene la ruvidità e il dolceamaro sapore recependo ciò che hanno da dire e, buon Dio, invitateli a suonare in Italia un po’ di più non solo come gruppo spalla.

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