Nine Inch Nails – Hesitation marks (Columbia, 2013)

Dopo aver maturato un certo numero di esperienze, si arriva per forza di cose ad un punto nella vita (tanto comune quanto artistica) in cui occorre fare necessariamente delle scelte. Tra queste, evolversi o scomparire. Scegliere di polverizzarsi nel frastuono di produzioni mondiali più o meno ufficiali (poche quelle veramente interessanti e meno retrograde o pseudo-modaiole) avrebbe comunque un suo senso, specie se ci si è lasciati alle spalle anni e anni di studio stilistico e quintali di sperimentazioni mai veramente inutili, anzi sostanzialmente necessarie. Evolversi, dal canto suo, equivarrebbe invece al dover azzeccare scelte di crescita creativa molto difficili da mandare in porto se non si hanno degli obiettivi consapevolmente prefissati, vuoi in ambito tematico, vuoi in ambito esclusivamente sonoro.

Se parliamo del signor Trent Reznor, innanzitutto facciamo un bel po’ di igiene orale prima di azzardare qualunque ipotesi di giudizio: stiamo pur sempre parlando di colui che riuscì nell’intento di amalgamare con estremo criterio i martelli pneumatici degli Einstürzende Neubauten con le schitarrate e le drum machine frenetiche dei Ministry e (pare strano ma è così) i paesaggi sonori del Brian Eno più melodicamente riflessivo se non proprio di gente come Tangerine Dream e compagnia bella (andatevi a sentire, se non ci credete, Still, capolavoro aggiuntivo dell’edizione deluxe del live And all that could have been).

Proprio Reznor, dunque, malgrado abbia un po’ disperso le tracce della sua creatura principale in professioni compositive per colonne sonore hollywoodiane (quella di The social network, per la regia di David Fincher, gli è valsa un Oscar nella parentesi da compositore al fianco del polistrumentista e programmatore Atticus Ross), di certo non è l’individuo che butta giù pezzi a caso. Anzi. Hesitation marks, discusso album a firma Nine Inch Nails, si colloca esattamente nel mezzo di queste due potenziali scelte (evolversi o scomparire, dicevamo) essendone, di fatto, una sorta di risultato congiunto, una sottospecie di ipotetico e pur giusto punto di arrivo artistico. Che piaccia o no.

Cosa vuol dire, questo? Vuol dire che se, da una parte, l’eterno genio Reznor ha accusato, pur giustamente, la fatica (comune a pochi) di tre o quattro puri capolavori consequenziali (Pretty hate machineBrokenThe downward spiral e l’inarrivabile The fragile) subendo qualche piccolo incidente di percorso (With teeth e il doppio strumentale Ghosts I-IV, quest’ultimo comunque autoreferenzialmente seminale), tasselli come l’intermediale Year zero e il seguente The slip hanno gettato basi differenti ma non per questo meno importanti, più dedite al minimalismo che agli elettroni distorti ma non per forza scarne di senso e di energia anche laddove proprio quel minimalismo si trasforma in successioni di beat ai limiti del pop elettronico estrapolandone le viscere più ruvide e sgretolanti.

Giudicare in maniera definitiva Hesitation marks, quindi, non è praticamente possibile se non inquadrandolo come saggio elemento terminale di una lunga serie di esperimenti sonori che hanno fatto dell’industrial, un tempo esclusivamente “under-under-underground”, una sorta di rivendicazione mainstream sbattuta in faccia alle poltrone ancora calde degli uffici di produzione. Di industrial, certo, ce n’è ormai poco, anzi quasi niente: ma che senso avrebbe, in effetti, continuare a schitarrare (al di là dei palcoscenici mondiali) urlando al mondo la propria mania di autoeliminazione?

Ancora una volta: così è, se vi pare e, soprattutto, che vi piaccia o no. Non importa così tanto, anzi non importa affatto, specie se ragioniamo in termini di importanza artistico-storiografica. Stando alle uscite più recenti, Hesitation marks non è tanto un punto di arrivo quanto un trampolino di nuova partenza, magari non più così seminale ma di certo innovatore del proprio stesso non-genere, del proprio stesso essere qualcosa di consapevolmente altalenante tra l’ordine strutturale in formato canzone e un sempre vivo tentativo di non rendersi mai uguali a se stessi anche in un evidente (per quanto lungimirante) minimalismo.

Minimalismo. Si fa per dire, se l’orecchio assiste a una delle più pregevoli cure ritmiche degli ultimi anni. Lo dimostra immediatamente il dittico iniziale The eater of dreams / Copy of a, più che minuziosamente analizzati all’estrema unzione in tempi e frequenze al vago sapor dei Radiohead di Amnesiac The king of limbs forse ancora più stratificato e reiterante, specie in momenti come quelli corrispondenti a Disappointed o lo stesso singolo radiofonico Came back haunted (allucinante, nel vero senso del termine, il video diretto da David Lynch). Echi addirittura provenienti da un certo post punk / wave vivono di vita differente in Everything e sfociano nei cenni di commercialismo pop (in questo, a dire il vero, un tantino imbarazzante) di Satellite, ma notevoli spunti elettrici si riscontrano in tasselli come l’ottima Various methods of escape, così come ancora più ispide incursioni ritmiche perforano le compulsive Running I would for you prima di aprire la strada finale ai ritrovati cenni più marcatamente industrial di In two e alle aperture synth-fiatistiche di While I’m still here sfocianti nel caos finale dell’oscuro “outro” offerto da Black noise.

L’edizione deluxe composta da due compact disc (e quattro copertine differenti) contiene anche un ep strutturato su tre remix che ben poco, se non nulla, di interessante aggiungono (almeno non nella maniera devastante di esperienze ancora scottanti come FixedFurther down the spiral e Things falling apart) a un album complesso, contorto, magari non seminale ma di certo punto di nuova partenza assolutamente sensato e attendibile solo ed esclusivamente considerando l’intera produzione artistica di mister Reznor. Notevoli, poi, sono le incursioni tecniche di un certo Adrian Belew (collaboratore per divinità musicali come Frank Zappa, King Crimson, Porcupine Tree o Talking Heads, tra i tantissimi altri) e importante, anche stavolta, sembra essere stato il supporto elettronico del nostrano Alessandro Cortini, di rientro in formazione dopo le esperienze di Year zero Ghosts I-IV.

Il consiglio è il seguente: per poter rivalutare Hesitation marks, ascoltatelo con attenzione solo se siete consapevoli di quanto regalato al mondo intero da “mr. self destruct” in quasi venticinque anni di imponente carriera. Siamo di fronte a un album magari non bellissimo ma tutt’altro che inutile, da posizionare all’apice dell’opera omnia di qualcuno tra i pochi veramente dediti al mettere in pratica il significato più profondo del termine “sperimentazione”. Qualora non conosceste a fondo il soggetto o vi aspettaste dell’altro, potreste non arrivare a capirlo, quindi desistete.

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