Nine Inch Nails – Still (Nothing Records, 2002)

1999. La fine di un’era. L’attesa per l’avvento di un nuovo millennio, l’incipit di un film umano fatto di nuove speranze, nuovi desideri, distruzione reale di vita vecchia per una vita nuova, qualunque essa sia. Nel marasma di sentimenti positivi (“millennium bug” e previsioni apocalittiche dell’ultima ora a parte), esce un disco. The fragile è il suo titolo. I Nine Inch Nails ne sono gli artefici. Trent Reznor ne è la mentre creativa ossessionata da una modernità disumanizzante.

Come esprimere la propria opinione in merito? Risposta: con il frastuono, con il cocktail letale di hard rock, metal ed elettronica al limite della perfezione disumana. Ma anche con il desiderio di innalzarsi dalla superficie materiale delle cose.

Allora un doppio disco (triplo vinile) non basta, è incompleto pur nella sua ciclica perfezione. C’è bisogno di altro. C’è bisogno di più. C’è bisogno di un Things falling apart (2000) che permetta di includere versioni alternative, remix e inediti che non si è riusciti ad inglobare in un’opera pur mastodontica e di millesimale precisione.

Ma non basta ancora. C’è bisogno di andare in tour, di imbrattarsi faccia e corpo di fango e grasso per dare l’idea di cosa si vuole dire davvero. C’è bisogno di sfasciare tastiere e chitarre in ogni tappa per appagare la fame di elettroni esorcizzanti, ma anche di contrastare la rabbia e la delusione circostante con qualcosa che non dia solo sfogo ad uso di sostanze o residui etilici. E allora la chiave dell’enigma arriva da sé: archiviare l’esperienza distruttiva del palcoscenico in un live ufficiale (And all that could have been, 2002: preferibilmente la versione in doppio dvd per meglio rendere l’etica dei fatti, se di etica si può ancora parlare), per poi chiudere il vero ciclo di esperienze trascendenti con la pubblicazione di una sua edizione limitata che contenga una pietra preziosa (poi pubblicata anche separatamente in edizione limitatissima), un piccolo capolavoro assoluto di empatia post-pentagramma: Still, ovvero il punto di arrivo del kubrickiano viaggio verso Giove originato dal tatto dell’emblematica ed impenetrabile copertina di The Fragile.

La reale natura di un simile esperimento non è mai stata limpidamente chiara, probabilmente, neanche alle personalità più vicine a Reznor nel corso dei cinque anni di preparazione del doppio capolavoro di partenza, tempi tanto vicini alla fine di un individuo quanto necessari (ahinoi) per quella sorta di trapasso (dis)umano che è la perdita di un qualunque punto di riferimento, la dissezione del sé, il frantumarsi progressivo delle presunte barriere protettive di quella che si definirebbe emotività. Non è affatto un caso, allora, se da The Fragile sono rimasti fuori ancora altri brani di altrettanta potenza esplicita. Molti di questi sono stati riversati in dischi successivi, altri sono tuttora inediti. I migliori risiedono fra le tracce di Still, assieme a brani trascorsi e appositamente decontestualizzati dalla loro origine per entrare di diritto a far parte del corpus mancante alla quadratura del cerchio emotivo.

Al di là di riadattamenti e riproposizioni, il vero senso della definitiva operazione reznoriana sta nell’oscurità di composizioni minimali per corde straziate del calibro di Adrift and at peace e Gone, still, passando per gli interludi graffianti di And all that could have been e The persistence of loss. Ma è Leaving hope l’enorme inno strumentale al desiderio di allontanarsi da ciò che si è stati, da quel “somewhat damaged” iniziale, da ciò che si è vissuto con una consapevolezza differente da quella attuale, forti di una “speranza lasciata” ma, nella sostanza, rinnovata nel desiderio melodico ed evanescente di oltrepassare le nubi del pensiero corrente.

The Fragile / Things falling apart / Still è un unico disco quadruplo con un inizio, uno svolgimento e una chissà quanto definitiva fine. Niente sarà più come prima. Si uscirà allo scoperto rinnovati e consapevoli dei propri limiti, dei propri difetti, delle proprie incapacità esistenziali. Delle proprie fragilità, appunto.

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