Mike Patton – Mondo cane (Ipecac, 2010)

Anche se in passato è già successo, cosa abbia spinto un artista statunitense a spolverare ossidate pagine di (vere) canzoni italiane lo sa solo il padreterno che dimora nelle sue viscere. Prendere benevolmente a schiaffi una popolazione ormai misera di sentimenti e talmente assonnata nell’inedia culturale collettiva da non ricordare di essere stata, storicamente, uno dei centri nevralgici della produzione artistica mondiale? Può darsi, specie se si prende in uso un titolo che di riferimenti al risveglio delle coscienze ne ha eccome (vedi l’omonimo film).

Mike Patton, già vocalist dei rinomati Faith No More, è reduce da una svariata serie di collaborazioni e progetti personali tanto divergenti quanto legati dal filo conduttore della necessità di sperimentare, sempre e comunque, con quanto si ha a disposizione tra eccellenti doti vocali (il ragazzo è capace di passare dai postumi di uno scream metal all’intonazione melodica più celestiale nel mezzo dello stesso verso) e architetture sonore. Pupillo altalenante del frenetico carrozzone di marchio John Zorn (il progetto “Naked City” ma non solo), Patton è approdato, da diversi anni, anche sulle coste dello stivale per fornire in prestito le sue poderose corde vocali (anche campionate) ad una delle band più lisergiche e orgasmicamente frastornanti che il panorama tricolore abbia mai partorito negli ultimi decenni: gli Zu, trio di acid jazz (batteria, basso e sax) con folli venature hard rock. Forte di un matrimonio emiliano, Patton padroneggia un italiano a dir poco perfetto (si vedano alcune interviste): motivo in più per vestire i panni di un Gino Paoli o di uno stralunato Fred Buscaglione con piglio interpretativo ai limiti dell’eccezionale, forte anche di una padronanza dialettale partenopea che fa di un brano come Scalinatella il motivo principale per cui verrebbe voglia di abbracciarlo come se si trattasse di un vecchio buon amico ritrovato. 

Con, alle spalle, un’orchestra di circa trenta elementi e gli spunti trombettistici del già collaboratore nostrano Roy Paci, Patton veste “retro” e sfoglia con amore gli spartiti di brani a noi più o meno noti. Lo spunto iniziale sta in una Il cielo in una stanza da brividi: la voce di Mike saprebbe risvegliare anche gli animi e i ricordi più assopiti di dolci madri sessantenni così tanto da far crescere, in loro, il desiderio più ingenuo di chiedere al compagno di trascorrere almeno tre minuti in un ballo “cuore a cuore”. Ma quando arriva il momento di travestirsi da Fred Buscaglione per la gangsteriana Che notte!, sembra di vedere l’eterno ragazzo di Eureka, con tanto di ciuffo, baffi e sigaretta a mezza bocca, sbattersi in eterno per la sua divina ed irraggiungibile “femme fatale”. Il processo di nostra identificazione con probabili intenzioni di recupero artistico prosegue nel nome di Fred Bongusto per la dolce serenata di Ore d’amore, ma è con Scalinatella che, dicevamo, viene messa in pieno risalto l’abilità di Patton nel fare propria anche una delle inflessioni dialettali più semioticamente complesse ed articolate a livello musicale. Il docile semi swing di 20 Km al giorno, firmato Nicola Arigliano, e la paoliana Senza fine, in più, fungono da punto fermo per un’opera estremamente gradevole, di simpaticissimo ascolto e mai fuorviante anche se spiazzante nel suo voler imporsi sul mercato con la stessa verve attuale di un qualsiasi giullare pop al servizio del potere mediatico. 

Patton è da sempre un artista versatile e positivamente discontinuo ma, tra le sue caratteristiche peculiari, oltre a quelle vocali indiscutibili, hanno sempre fatto notevolmente capolino anche spiccate capacità di osservazione, analisi e valutazione dei criteri fondanti appartenenti alle realtà con cui si è sempre trovato a coscienzioso confronto. Il periodo vissuto tra le mura italiane, probabilmente, ha giovato alla sua necessità personale di percepire il contesto di immedesimazione a partire dalla sua essenza di caratterista esterno. Quello di Patton sulla penisola italiana, forse, può essere interpretato come un acuto ed estremamente sensato tentativo di “punto e a capo“, ovvero una sorta di patto di ferro tra il proprio personale bagaglio culturale e un sostanziale desiderio di incentivare la presa di coscienza circa un’assenza artistica di rilievo (in ambito mainstream, si intende), rivalutando basi concettuali e radici melodiche. Il tutto allo scopo di operare una sorta di amichevole reset votato alla riscoperta di quelli che furono alcuni dei punti di partenza per la costruzione di un’intera cultura popolare.

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