Sanremo 2021 – I brani dei big in gara

Prima edizione in assoluto del Festival di Sanremo, questa del 2021, senza pubblico presente in sala al Teatro Ariston a causa della arcinota, ahinoi, situazione legata alla pandemia di COVID-19 che ancora imperversa in giro per il mondo e, purtroppo, anche e soprattutto nel nostro paese.
Aumenta il numero dei big in gara, che da 24 passano a 26. Anche quest’anno gettiamo un semplice sguardo alla kermesse solo ed esclusivamente per ascoltare le canzoni e giudicarle nella maniera più obiettiva possibile.
Pronti, via.

Arisa: Potevi fare di più (voto: 5)

La mano di D’Alessio si sente e riesce a rovinare una buona ballad in prospettiva. Lentone in perfetta ottica sanremese preimpostata, testo sincero e sentito, buona melodia sfasciata dall’arrangiamento scellerato della seconda sezione. Mezzo punto in più per l’interpretazione.

Colapesce e Dimartino: Musica leggerissima (voto: 5,5)

Estrazione pseudo-indie che finge di sfociare nel cantautorato mostrando l’indole pop battiatiana a mezzo servizio. Buona l’intenzione, decisamente meno il testo e l’interpretazione. Ancor meno il disimpegno. Strana voglia di mettere su i Bee Gees. Che – tu forse non lo sai ma – di impegno ne avevano.

Aiello: Ora (voto: 4)

Milioni di visualizzazioni ma sostanza sotto le scarpe. Brano scialbo a dir poco, interpretazione stereotipata (Mengoni docet ma più strascicato e con la raucedine), solito zuppone pseudo-sentimentale. Arrangiamento sterile se non proprio inesistente.

Francesca Michielin e Fedez: Chiamami per nome (voto: 3,5)

Si, va bene, le visualizzazioni pure qua, soprattutto qua. Ma di scrivere una canzone vera ne vogliamo parlare? Duole avere il dubbio che il talento compositivo di Mahmood sia stato un caso. Soliti quattro accordi, solita finta melodia, approccio stilistico ormai divenuto irrimediabilmente stantio e irritante. Copia di una copia di una copia della consueta pappa pronta per ragazzini. Ed eccolo Auto-Tune, baby. Mezzo punto in più perché almeno lei sa cantare. Godetevi le IG Stories.

Max Gazzè e Trifluoperazina Monstery Band: Il Farmacista (voto: 6,5)

Un po’ di savoir-faire non fa mai male. Bella trovata scenica ma soprattutto interessante approccio sia discorsivo che compositivo. Buon gioco sui synth e sui filtri, sagace ironia. Niente di particolarmente esaltante (il suo meglio, il buon uomo, lo ha dato altrove) ma coerenza con stile e idee di una carriera intera.

Noemi: Glicine (voto: 5,5)

La sua impostazione vocale faticherà sempre a convincere per davvero se non direzionata nel modo giusto. Questa canzone ne è l’ennesimo esempio, ostinata com’è a fare di un timbro sostanzialmente soul qualcosa di maledettamente sprecato. Il brano, tuttavia, si sarebbe salvato se l’arrangiamento avesse avuto la faccia tosta di non guardare, per la maggior parte, ai soliti diktat.

Madame: Voce (voto: 3)

Ancora con la storia delle visualizzazioni. Basta, grazie. Enfant prodige? Non direi proprio, se la massima sostanza rientra perfettamente nei canoni millennials cotti, stracotti, rigurgitati e rivenduti con grido acchiappapischelli. Canzone oggettivamente brutta, molto brutta. Testo stracolmo di stereotipi e qualche accenno trappeggiante nel suono qua e là. Velo pietoso.

Maneskin: Zitti e buoni (voto: 6)

No, non è rock. Men che meno per nuove generazioni, stroncate sul nascere da una finzione assoluta studiata ad arte, con tanto di qualche innocua parolaccia qua e là. Il brano cerca di salvarsi con un riff alla Muse ma è solo il rapido ritornello a destare un minimo di interesse. Sufficienza più che altro per la diversità del prodotto. Sarebbe molto utile vederli veramente liberi dalle zavorre dello showbiz. Capito, Manuel?

Ghemon: Momento perfetto (voto: 7)

Finalmente un po’ di classe. La seconda parte di carriera di Ghemon è una perla rara, da tenersi stretti a tratti. In questo caso si fa qualche passo indietro nel tempo per una maggiore impostazione rap nella strofa, ma l’arrangiamento nell’apertura del ritornello, con qualche fiato in più, toccherebbe vette notevoli. Testo ottimista non dei suoi migliori, ma brano di bella impostazione soul e black.

Coma Cose: Fiamme negli occhi (voto: 5)

Brano alquanto innocuo, melodia ordinaria e ripetitiva, testo sempliciotto, arrangiamento che strizza l’occhio ai ’60 ma soccombe sotto la scure di futilità e incompiutezza che butta dentro tutto per non dire nulla, in puro stile “indie” italioide.

Annalisa: Dieci (voto: 4,5)

La sua è una delle pochissime buone voci venute fuori da un talent, ma sarebbe utile affiancarle qualche autore di sano valore, una volta tanto. Il brano, infatti, ancora una volta, obbedisce ai soliti sterili, stanchi e laccati canoni mercantili odierni. Peccato, potrebbe fare meglio sotto altre spoglie (vedi Noemi) fuori da Sanremo.

Francesco Renga: Quando trovo te (voto: 6)

Paura del consueto brano alla Renga solista quasi mitigata da un andamento sinuoso con testo forse un po’ più legato alla stretta realtà, per quanto comunque attratto da pericolosi solipsismi sentimentalisti di tanto in tanto. Non male, se non altro un po’ diverso dal solito.

Fasma: Parlami (voto: 3)

Non tradisce eventuali aspettative: scarno, scomposto, scontato, banale, inesistente sulle solite impalcature claudicanti di un genere che non può contaminarsi con altro in assenza di talento. Auto-Tune way of life e cantautorato pop rivoltato nella tomba. Da restituire alla generazione di appartenenza. E possibilmente dimenticare. Di una bruttezza disarmante.

Orietta Berti: Quando ti sei innamorato (voto: 5)

L’Oriettona nazionale sfodera un tenue brano dei suoi. Vecchio stile, vecchia scuola, arrangiamento cucito sulla sua voce (che vorrei vedere te alla sua veneranda età) ma risultato melodicamente innocuo, dunque adatto alle gonadi della sala stampa. Ci fosse stato un pubblico, avrebbe osato una standing ovation per puro timore reverenziale.

Bugo: E invece sì (voto: 6-)

Battistiano fino al midollo, a tratti quasi da plagio e per carità, ben venga. Forse non proprio l’ideale per il suo timbro (per modo di dire), ma testo sincero (ops) e schietto, autoreferenziale ma mai edonista (anzi). Ha però fatto di (molto) meglio e si sente chiaramente la volontà di affidarsi a gente di mestiere che possa condurlo a un’accettazione nazionalpopolare che però, onestamente, non gli appartiene. Buon per lui che quella gente, almeno, sembri in grado di fare il proprio lavoro meglio di tanti altri scribacchini da milioni di visualizzazioni su YouTube.

Gaia: Cuore Amaro (voto: 4)

Satana De Filippi continua a sfornare zuccherini con lo stampino. Vittima di questa turnata è un considerevole scimmiottamento pseudo-latino con flebili controindicazioni ritmiche reggaeton. Voce ordinaria penalizzata da un brano monotono e monocorde, debole, inutile e inconsistente.

Lo Stato Sociale: Combat Pop (voto: 7)

C’è modo e modo di prendere in prestito i titoli (Joe perdonali, purtroppo sanno quello che fanno) e le citazioni (Skiantos in incipit). Loro possono non piacere ma ci sanno fare. Pezzo tirato, poco farcito ma scaltro in quello che dice, simpaticamente provocatorio nell’andamento pop rock che occhieggia a pillole simil-ska. Divertita presenza scenica. Rispetto alla tragica media generale, un mezzo voto in più perché, malgrado diversi copia e incolla, complessivamente è un buon pezzo.

La Rappresentante di Lista: Amare (voto: 6-)

Pop prestato al simil-cantautorato con diramazioni in finto rock da lustrini invaso dall’obbligo di coinvolgimento dell’orchestra. Progressione tutt’altro che nuova ma non completamente da stracciare. Testo non così banale, per quanto succube delle ferree regole italiote che scaraventano sempre tutto verso un ritornello salvavita. Avrebbe meritato più tempo, più sviluppo, più attenzione.

Malika Ayane: Ti piaci così (voto: 5)

Personalmente ho sempre avuto molta difficoltà ad accettare la sua voce, ma poco importa. La mano di Pacifico prova a portarla indietro di qualche decennio ma senza la capacità di creare una qualche scintilla di coinvolgimento da lezione appresa. A lungo andare, anche in questo caso resta in bocca il sapore amaro dell’occasione mancata per omissione di coraggio.

Ermal Meta: Un milione di cose da dirti (voto: 7)

Brano molto delicato, melodia apparentemente facile che varia bene nella seconda sezione. Ballata sentita e accorata, ben disposta sullo spartito e dal testo non scontato, forse anche non semplicissimo da digerire in chi cerca fantasie edulcorate. Potenzialmente il suo pezzo sanremese migliore, se guardiamo alla reale sostanza delle partecipazioni precedenti. Buona scrittura generale, buon approccio interpretativo. Un po’ di mestiere, certo, ma di quello che forse un po’ serviva.

Extraliscio e Davide Toffolo: Bianca Luce Nera (voto: 6)

Folk sinuoso d’impronta pseudo-balcanica degna di considerazione, per quanto non proponga novità né si ponga in posizioni di particolare rilievo a livello stilistico complessivo. Tematicamente in linea con il genere di riferimento ma non di particolare sostanza, anche se l’amalgama tra i due nomi sembra interessante.

Random: Torno a Te (voto: 4)

Le visualizzazioni sono ormai hard skills, abbiamo capito, ma ve le potete tenere care care assieme agli spiccioli di YouTube e Spotify se poi, in fin dei conti, la sostanza non esiste. Ballatina melensa decisamente inadatta a un qualsivoglia tentativo di sopportazione. Melodia scontata, strofa scadente, testo banale, arrangiamento rarità del Klondike.

Fulminacci: Santa Marinella (voto: 4,5)

Canzone d’autore? No, decisamente no. Solo l’ennesimo pezzettino indi-italioide. Melodia scopiazzata da mille parti, interpretazione discutibile, tematica magari interessante ma deturpata dal consueto e stanco strascico da ballatina sognante. Meglio “Formia” dei Nanowar of Steel.

Willie Peyote: Mai dire mai (voto: 5)

Va più che bene il testo che fa il verso a ciò che, nel frattempo, va in scena proprio su quel palco, con critiche mirate e senza mezzi termini (e un possibile voto diciamo pure che proviene quasi esclusivamente da questa caratteristica), ma è proprio questo il problema: il pezzettino facile facile rappettato per tre quarti, dal ritornello veloce veloce che se no dura troppo, non è proprio il mezzo ideale per farmi rimanere in testa l’importanza degli argomenti che stai passando in rassegna. Troppo frettolosamente, tra l’altro.

Gio Evan: Arnica (voto: 5)

Anche lui porta avanti un discorso musicale che di emotivo ha qualcosa solo per chi ha meno dimestichezza con le sette note. Peccato, perché il testo è interessante e forse anche importante. L’interpretazione distrugge ogni parvenza di empatia. Purtroppo.

Irama: La genesi del tuo colore (voto: 4,5)

Altro brano da inserire senza esitazione nel calderone delle scritture a tavolino e delle interpretazioni stereotipate, anche se con più enfasi e trasporto. Gli inserti elettronici e i filtri sfocianti nelle aperture degli archi non bastano a costruire una scrittura compiuta.

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