Quando Paolo Benvegnù mi cambiò la giornata con un po’ di sana e pura umanità

Nell’anno…aspetta che guardo il curriculum perché neanche mi ricordo. Ecco, sì. Nell’anno 2013, e solo per l’anno 2013, ho avuto l’onore di collaborare da esterno alla sezione spettacoli della pagina locale avellinese del noto quotidiano Il Mattino. È stata senza dubbio un’esperienza formativa, in qualsiasi senso vogliate intendere l’aggettivo “formativo”. Cos’è che ti forma veramente? È forse la complessiva apatia di una redazione di quotidiano locale a conferirti un sentore di libertà espressiva, tanto non importa a nessuno, scrivi quello che ti pare? No, c’erano comunque delle linee guida da seguire. Allora la possibilità di farti pagare almeno un minimo a pezzo? Potrebbe anche essere, se non fosse che poi l’INPGI si risucchiava tutto, dal primo all’ultimo centesimo (anzi, credo di averci pure rimesso qualcosa). Ad ogni modo, posso solo ringraziare l’allora direttore per la possibilità che mi ha concesso di poter aggiornare il curriculum con questa esperienza, anche se negli ultimi mesi ha pensato bene di trattarmi una merda a sua insaputa nonostante – anche se per via indiretta – mi conoscesse fin da quando ero bambino (no, fermati: se fossi stato raccomandato, probabilmente, le cose sarebbero andate diversamente; o forse anche no, comunque non importa).

Ma sto divagando senza scopo, torniamo a noi.

Nel corso di quell’anno al Mattino di Avellino ebbi modo, se non altro, di provare il grande piacere insito nell’intervistare alcuni artisti importanti. Alcuni di questi avevano anche qualcosa da dire.

Era un periodo in cui ad Avellino cominciava a riprendere vita un notevole fermento culturale grazie almeno agli amici di Camarillo Brillo (ex Ananas & Bananas, storico e fondamentale negozio di dischi, spacciatore ufficiale di cultura musicale – e non solo – dell’intera città), Luca Caserta del Godot (localino nei pressi del corso principale e luogo ideale per splendidi e intimi live oltre che interessantissime degustazioni) e Lello Pulzone con l’associazione Fitz (il cui apice odierno, probabilmente, è stato raggiunto con l’approdo dei Motorpsycho nel maggio 2019, anche se rispondono all’appello pure Dream Syndicate, Mick Harvey e Wire).

Nell’estate 2013, tra altri nomi rilevanti o comunque di considerevole interesse, fu la volta anche di Paolo Benvegnù nel cuore di una notevole rassegna tra le mura del Carcere Borbonico in pieno centro ad Avellino (“La bella estate”, si chiamava). In qualità di collaboratore esterno per la sezione spettacoli de Il Mattino di Avellino, fui incaricato di intervistarlo telefonicamente per poi riportare sul giornale un estratto estremamente tagliuzzato del resoconto complessivo. Se non altro, il buon direttore aveva capito che mi interessavano le cose un po’ più di peso o, per contro, particolari, lasciando sagre di paese e zeze varie ad altri volenterosi colleghi.

Benvegnù, quell’anno, se ne andava in giro in duo con Andrea Franchi, il suo batterista e polistrumentista, per continuare a dare vita a quello che al momento era il suo ultimo splendido album, Hermann. Io non avevo ancora mai approfondito la sua brillante carriera solista. Conoscevo gli Scisma (la sua band originaria) ma, una volta sciolti, persi quasi completamente le tracce degli artefici, pur sapendo che uno dei principali compositori di quelle meraviglie era in giro a piede libero. Quella avellinese, insomma, fu l’occasione per colmare anche quella lacuna.

Alcuni giorni prima della performance, dunque, avevo il compito di telefonare a Benvegnù e tirare fuori un’intervista per un articolo di presentazione della data in ottica di ulteriore promozione della rassegna estiva. Forse un po’ per la scontentezza di un rapporto professionale che, almeno in cuor mio, speravo potesse essere leggermente più propositivo per un’ipotesi di futuro lavorativo (non nego, comunque, che anche io non sono mai stato esente da colpe di delusioni implicite nei confronti di come io credo che debba andare avanti il mondo, sia chiaro, per carità), forse per altri momenti di mia consueta insoddisfazione per come vano le cose o forse semplicemente perché ero incazzato di mio e basta (il motivo preciso davvero non lo ricordo), proprio quel giorno lì ero di un umore pessimo a dir poco. Avevo però questo compito insindacabile e lo dovevo portare avanti. Si trattava comunque di una cosa che avevo già fatto spesso per altre realtà editoriali e che avevo sempre avuto il piacere di porre in essere. Presi, allora, quei tre o quattro fogliettini su cui avevo appuntato una serie di domande dopo qualche ricerca, composi il numero e misi il telefono in vivavoce per registrare la chiamata sul pc in modo da poter poi facilmente sbobinare il tutto.

Ulteriore incazzatura: occupato. Richiamai. Ulteriore incazzatura bis: Benvegnù non rispose. Tirai giù qualche bestemmia a caso e gli lasciai un sms per ricordargli dell’appuntamento telefonico (sì, un sms: ancora non avevo deciso di spendere i pochissimi soldi che avevo per comprare uno smartphone; ma diciamola tutta: mi andava benissimo). Diciamo pure che la voglia mi era praticamente già passata, ma dopo una ventina di minuti mi arrivò un sms di risposta con sincere scuse e preghiera di richiamare quando volevo. Cosa che feci immediatamente, non avendo più voglia di stare dietro alle persone per sperare di avere un ruolo su questo pianeta.

Dunque feci partire la nuova chiamata.

«Pronto, buongiorno!». Uelà. E da dove veniva tutto questo entusiasmo? I cantautori moderni non sono noti per pisciarsi addosso con le chitarre acustiche?
«Paolo…», sibilo un tantino sorpreso.
«Buon pomeriggio». Sì, in effetti era pomeriggio. Poco dopo ora di pranzo, se nn ricordo male. «Chiedo perdono e chiedo anche se ti posso dare del tu», fece lui.
Qualcosa cominciò a dirmi che quest’uomo non si pisciava addosso con le chitarre acustiche.
«Ma certo. Anzi, lo volevo chiedere io a te, sinceramente». Mentii ma solo per condiscendenza. Benvegnù, in quel momento lì, lo sentivo gioviale, sorridente, pieno di vita. Dove pigliava tutta quella serenità proprio non lo arrivavo a capire, ma ancora non lo conoscevo per davvero.
«Perdonami se non ho risposto, credo tu abbia chiamato ancora prima trovando occupato, un sms mi segnalava la chiamata ricevuta. È che ho finito da poco un soundcheck e ho il telefono che non funziona tanto bene, perciò devo sempre tenerlo attaccato alla rete elettrica, però ora è a posto e son senza problemi, dimmi tutto».
«Figurati, no, beh, ti rubo solo pochi minuti».
«Grazie mille».
Per cosa? Per l’intervista o per i pochi minuti? Non importa.
«Grazie a te». Ci casco sempre, non c’è niente da fare.
«Sono a tua disposizione, spero di essere esauriente, ammesso e non concesso che abbia qualcosa da dire perché sono un uomo senza senso, però vabbè, così…».
Rimasi un attimo pensieroso. Non mi pareva di aver mai sentito un artista comunque affermato non idolatrarsi da solo come unico detentore del senso assoluto all’amor che move il sole e l’altre stelle.
«Ho letto e sentito in giro di questa tua verve ma ti consiglio di non preoccuparti perché ti assicuro che non è affatto vero», tergiversai.
«Dunque», incalzai mentre lui ancora sorrideva. «Se dovessi presentarti da solo, come ti definiresti? Cantautore, artista…».
«Boh. No no no, sono solo uno studente e una persona che…che…che ha una vaga…sicuramente uno studente che però è molto affascinato dalla fantasia di sparizione. Quindi uno studente trasparente, ecco».
Ma che cazzo stava dicendo? Tralasciai e andai avanti.
«In linea generale, quali sono le tematiche che preferisci affrontare nelle tue canzoni?».
«Mah…questo può sembrare presuntuoso, ovviamente, però è raro che io vada sul quotidiano. Nelle mie canzoni c’è più l’idea di andare verso Shakespeare, se non altro affrontando i concetti di vita e morte, ecco. La vita e la morte, la presenza e l’assenza. Argomenti di cui, per certi versi, si parla da sempre, da Omero a Moccia, con la differenza che tra Omero e Moccia, insomma…».
Era chiaro che questo qui non aveva i neuroni particolarmente fermi e composti. Però mi ritrovai a sorridere anch’io. Così, da un momento all’altro.
«Come dire, non soltanto dal punto di vista linguistico ci sono sicuramente delle divergenze enormi tra i due appena menzionati», avanzò Benvegnù, «non solo a livello di personalità ma anche nell’ambito dei contenuti, dal punto di vista della capacità di scandagliare gli abissi e le altezze, insomma. Io, diciamo, tenderei ad andare verso Omero, ma purtroppo ho ancora gli occhi aperti e allora, un giorno, spero di chiuderli definitivamente, nel senso buono, nel senso di riuscire a vedere non vedendo».
Rimasi un attimo fermo, così, pensieroso. Forse avevo in comune qualche idea o visione del mondo con quest’uomo e non l’avevo mai saputo. Poi andai avanti.

«Stai portando in giro un tour in duo, se non vado errato».
«Sì. Diciamo che è un tipo di concerto molto improvvisato dove io e Andrea ci muoviamo cercando di…semplicemente di sentire quello che il luogo in cui siamo ci detta e muoverci attraverso quel poco che sappiamo, cioè attraverso le parole, le canzoni, quegli unici quattro accordi di cui sono fatti tutti i miei pezzi, forse cinque, dimenticavo il si bemolle semidiminuito. Sì, fondamentalmente io e Andrea Franchi improvvisiamo al momento, un po’ come una piccolissima compagnia di giro che racconta delle storie».
O era pazzo o aveva veramente molto da dire, pensai. Il fatto è che cominciai a placare quel senso di incompiutezza che pochi minuti prima mi stava letteralmente massacrando il morale. Così mi ritrovai improvvisamente disteso e piacevolmente coinvolto in un interessante scambio di vedute.
«Questo, allora», proseguii, «rientra un po’ in quella sorta di “scambio energetico” che, in altre interviste, dicevi di avere nei confronti di coloro che sono con te sul palco».
«In realtà…cioè la cosa interessante è che io, sia nel duo che nel quartetto che nel sestetto, fondamentalmente sono sempre l’apprendista. Dico davvero, è reale, non è understatement. Mi stupisco ogni volta di cosa si possa verificare nel momento in cui suono in compagnia di qualcuno. Può sembrare stupido, ma quando facevo il pane era esattamente la stessa cosa: in quattro facevamo dieci pagnotte. Era fantastico perché da solo non avrei mai saputo farlo. Questo è lo stupore che ho e, ovviamente, non è prettamente un segno di bella intelligenza, è soltanto lo stupore di un uomo anziano che però, nel tempo, nella mente, ritorna sempre più bambino, ecco».
Gliela diedi vinta sul fattore fantasia ma cominciavo a entrarci un po’ anch’io.
«Quindi vi basate anche un po’ su un concetto di improvvisazione che, però, può anche portare alla creazione momentanea di qualcosa che poi tu preservi per nuove canzoni e così via».
«Sì. Parafrasato nella realtà, è un po’ come se ti metti a discorrere con un amico in casa: molte volte gli argomenti sono sempre gli stessi, però può capitare di sconfinare in altre intuizioni insieme. Questo è quello che normalmente ci proponiamo io e Andrea e la cosa a volte viene – e quando viene è bellissimo – ma altre volte non viene. E quando non viene torniamo lentamente e inesorabilmente verso i nostri alloggi consapevoli di aver fallito un’occasione. Ma la vita è così, non tutti i giorni sono propensi alle intuizioni e va bene così».
Mi stava rassicurando sul senso e sul valore dell’esistenza terrena e neanche me ne accorgevo.
«Traccia un po’ un bilancio della tua carriera in generale includendo eventuali progetti futuri», dissi. Lui un po’ ci pensò.
«Mah…un bilancio…direi sopravvalutato. Sono stato sopravvalutato. In definitiva sono ancora nonsenziente, ancora non so. E i progetti futuri sono legati a questa cosa qua, cioè al complessivo desiderio di non essere valutato in generale, rimanere nella trasparenza di cui ti parlavo prima. Andando oltre questo, ti confesso che vorrei cominciare a comprendere qualche mistero. La vita è meravigliosa proprio perché è misteriosa, e probabilmente la comprensione di qualcuno di questi misteri mi porterebbe a viverla in maniera molto più naturale. Ecco, punto alla comprensione ma la manco costantemente. Posso dire di essere un mancante nato».
«Mi piace molto la sincerità che metti in questa tua autodefinizione».
«Beh, la lucidità è una delle poche che ancora non mi mancano. Spero molto presto di avere lo stesso quoziente intellettivo di un gatto e vivere di croccantini. Che tra l’altro deve essere una cosa fantastica».
Una volta credevo in cose che si sarebbero rivelate talmente fragili da svanire quasi del tutto. Quasi, appunto. Perché pareva che ce le avesse questo signore qui. Cose di cui in quel momento ero arrivato a considerare l’inutilità primigenia. Quindi volli calare un carico.
«In un’epoca in cui l’appiattimento totale di ogni idea è all’ordine del giorno con contorno di luoghi comuni serviti a parte, cosa diresti, eventualmente, alle istituzioni che fanno di cultura e politica un unico caterpillar demolitore?»
«È difficile convincere gli addetti ai lavori su certe cose semplicemente perché, nella maggior parte dei casi, le persone che si occupano di queste cose – non per essere demagogico ma – hanno sempre un secondo fine. Bisognerebbe ripartire all’unisono in tutto il paese, innanzitutto considerando che questo è un posto fintamente unito, l’annessione nord-sud è stato uno stupro, non certo un atto di comprensione. Più che altro bisognerebbe spiegare a chi di dovere che non è vero che attraverso la propedeutica e la cultura non si guadagna denaro. Paradossalmente, l’Italia potrebbe realmente essere un paese ricchissimo proprio grazie a questo. Però, ovviamente, se continuiamo a produrre maiali, eternit e acciaio, disinteressandoci completamente dei progetti veramente importanti e interessanti dal punto di vista culturale, tutto questo non sarà mai. Non sto nemmeno a parlare di tutti gli impedimenti politico-burocratici mafiosi che ci sono in questo paese perché lo sappiamo tutti ed è tremendo dirlo, questa sì che è demagogia. Però bisogna far capire a chi di dovere che tra vent’anni arriveranno i cinesi e saranno ancora più ricchi di adesso. Se loro potessero scoprire, in Italia, non soltanto Ramazzotti, pizza e mandolino, ma…che ne so…dei pensatori o la meravigliosa solerzia di alcuni artigiani, sarebbe davvero molto meglio. Ma tu lo sai, questo è un paese molto ma molto strano. Nato per stupro, ribadisco. E perciò tutto quello che possiamo immaginare, per quanto concreto, è davvero difficile da realizzare. Non so cosa posso dire di più. Mi trovo come Amleto: cerco la verità ma sono bloccato dal fatto che un po’ la so e un po’ non la so».
Il tempo a mia disposizione stava per finire. Quindi stroncai sul nascere quella che sarebbe stata una meravigliosa conversazione davanti a un buon bicchiere di vino.
«Ti ringrazio molto, Paolo».
«Ma figurati, ti ringrazio tantissimo io e ti auguro le giornate più belle del mondo».
Cristo santo.

Dopo averlo ringraziato ancora per la disponibilità e la gentilezza, quasi non me la sentii di cominciare a sbobinare. Non avevo la benché minima intenzione di camuffare il tutto da semplice e apatico botta e risposta da regalare ai comuni mortali. Pensavo: stamperò tutto e mi porterò il risultato nella fossa comune in cui mi sbatteranno. Opzione inattuabile, ovviamente. L’intervista uscì. E rispettò diligentemente la soporifera linea editoriale nonché l’infimo limite massimo di battute accettate da quella porzione di carta sudicia.

Quando arrivò il giorno del concerto, ovviamente, ci andai. Fu bellissimo proprio perché la location si prestava a una consistenza intima e quasi riservata ai pochi presenti accorsi. Acquistai una copia del doppio vinile di Hermann dal banchetto e me lo feci autografare andando a salutare Paolo alla fine della performance. Mi presentai e lui si ricordò della telefonata. Scambiammo ancora due chiacchiere per qualche minuto e io lo ringraziai per quello che era.

Spero di poterlo incontrare di nuovo, un giorno.

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