Dream brother, release me. Frammenti di identità in tre movimenti

Non ho mai conosciuto veramente mio padre. Certo, sono venuto al mondo e ho potuto muovere i primi passi su questa Terra in sua presenza, ma non avevo ancora compiuto tre anni quando una devastante e improvvisa malattia se lo portò via per sempre a soli 33 anni. Anche a causa di ciò la mia infanzia è stata abbastanza complicata ma, tutto sommato, è trascorsa, certo, con ovvi difetti ma anche pregi provenienti da una condivisione del tetto con nonni e zii di fondamentale importanza per lo sviluppo delle mie capacità cognitive.

Tra le varie vicissitudini, non è difficile immaginare il possibile disagio di un bambino in una classe di scuola elementare al ricadere del 19 di marzo sul calendario. In questo, devo dire la verità, sono stato abbastanza fortunato a ritrovarmi, a suo tempo, in un gruppo di persone col cervello in testa e con uno spiccato senso umanistico nell’animo. Non parlo tanto di coetanei che, per ovvie ragioni anagrafiche, facevano, sì, difficoltà a capire ma, al contempo, non provavano il nefasto desiderio di far sentire qualcuno in difficoltà. Parlo anche e soprattutto di insegnanti con un minimo di sale in zucca e, più che altro, un po’ di sano buonsenso sottocutaneo, visto che non mi hanno mai costretto a vivere per filo e per segno il trauma ben descritto in una famosa canzone di Tricarico. Perciò, ogni 19 di marzo il mio non era il tema sul papà ma il tema sul nonno, che avevo la fortuna di avere sano e salvo vista la giovane età di mia madre.

Si trattò di anni il cui peso fu alleggerito – fin dove possibile ma, tutto sommato, con successo – da sostituti di figure paterne che non mi hanno mai fatto percepire l’imponenza di un vuoto che nel frattempo, dall’altro capo genitoriale, qualche professorone della mente pretendeva di estirpare dal cervello di una giovane vedova stanca di soffrire, per quello come per altri dolori passati. E proprio grazie ad una di queste figure paterne, la precoce scoperta dell’imprescindibile ruolo esistenziale che la musica – un qualsiasi tipo di musica – può avere su un individuo contribuì enormemente a permettermi di crescere mantenendo una qualche sanità mentale – non senza lacune ma di certo – senza ricadere sotto la scure di qualche psichiatra fin dalla tenera età. Si trattò di un fattore decisamente inconfutabile che mi avrebbe portato per mano attraverso le luci e le ombre dell’esistenza.

Fin dall’infanzia la musica è stata non solo una fedelissima compagna di viaggio ma anche e soprattutto una necessaria dinamo per un continuo apprendimento e un irrefrenabile interscambio ideologico fatto di piacere, sì, ma anche di grande curiosità e voglia di saperne sempre di più su come funziona il mondo. Così fu per l’infanzia, così è stato per le turbolenze dell’adolescenza e così è ancora oggi, periodo in cui si suppone che io sia ormai un uomo capace di intendere, volere e prendere decisioni (caratteristiche mai veramente attuabili senza il fondamentale e decisivo supporto della mia dolce metà).

Ma ogni 19 di marzo che qualunque idea o ipotesi di Dio manda in Terra, in me scatta comunque una piccolissima scintilla proprio in luce del ruolo che la musica (la mia musica, quella di personale accompagnamento attraverso gli ostacoli terreni e interiori) ha giocato anche nello specifico ambito del desiderio di sapere chi era mio padre. Chiariamoci: per fortuna non ho mai veramente avuto una coscienza e una percezione sufficiente a fare di quella assenza un vuoto da colmare per non rischiare di trascorrere una vita piena di estreme inquietudini (almeno non più di quanto un qualunque essere umano ne abbia già in corpo fin dalla nascita, a prescindere da tutto e da tutti), ma quelle fotografie, quei filmini in 8 millimetri e quelle narrazioni orali avrebbero destato curiosità e interesse veramente in chiunque, come è pure giusto che sia.

Per farla breve, ci sono tre canzoni attraverso le quali, ogni 19 di marzo, in qualche modo ritrovo una piccola parte di me stesso nella costante affermazione di un’identità e, al contempo, nella tranquilla e cosciente ricerca di origini genetiche potenzialmente redivive in quello che sono oggi, in quello che penso, in quello che vedo e in quello che sceglierò di fare o non fare domani mattina.

La prima di queste è Dream brother di Jeff Buckley, splendido brano di chiusura di quel capolavoro di pura bellezza che è Grace (1994). Qui Jeff sembra riflettere sul concetto e sul potenziale senso dell’immagine genitoriale in funzione di una propria identità più o meno precisa. Anche lì si tratta di una figura poco se non per niente conosciuta ma che continua ad essere sinonimo del desiderio di completezza di un’immaginario legato alla propria esistenza terrena. Fino a diventare, però, quasi un’ossessione.

Il genitore in questione, ovviamente, era il suo celeberrimo padre Tim, splendido e seminale autore di dischi a dir poco meravigliosi (il primo omonimo, Goodbye and hello, Happy sad e Starsailor almeno), deceduto nel 1975, a soli 28 anni, in seguito a un’overdose di eroina e alcool. A quel tempo Jeff aveva a mala pena nove anni. Certo, un’età in cui la memoria riesce a immagazzinare ricordi magari non precisissimi ma comunque sopravviventi nella struttura mentale del soggetto futuro. Il fatto è che Jeff non conobbe mai veramente suo padre Tim perché il buon uomo abbandonò la madre ancor prima che lui nascesse. Il figlio poi crebbe, maturò le stesse passioni del padre e sviscerò un talento forse anche maggiore di quello in dote al genitore, sia a livello compositivo che quotidianamente intellettuale.

Jeff Buckley è stato un artista di un romanticismo stratosferico, sia come impostazione dell’animo che come modernità comunicativa per generazioni presenti e future, con conseguente desiderio di evoluzione nei confronti di quelli che, probabilmente, reputava i pilastri portanti per la salvaguardia della specie umana su scenari di distopia sensoriale attualmente meglio visibili visto il corso dei tempi. Perciò un po’ l’intero suo unico vero album in studio (Grace, per l’appunto) è in tal senso un indiscutibile baluardo, ancora oggi letto, studiato e continuamente reinterpretato anche sotto questa luce, oltre che in ottica di vera e propria lezione compositiva. E quel gioiello finale – che suona così bene di altrove aprendosi gradualmente, scoppiando e conducendo al risveglio proprio come in un sogno – arriva a mettere letteralmente il sigillo su una capacità riflessiva a dir poco esemplare nella ricerca di quel frammento di identità paterna mai materialmente recuperato.

C’è un bambino che dorme accanto al suo gemello / Le immagini vengono scompigliate da una folata di vento / L’angelo scuro si sta insinuando / Guardandoli dall’alto con le sue ali di piume nere spiegate.

Sembra quasi di vederlo, l’evento scatenante mai vissuto. Perché l’amore che hai perso con la sua pelle così chiara, anche se i suoi occhi verdi soffiano addii, sarà sempre fonte di ricerca per quell’attimo ben preciso che avrebbe poi generato la costituzione di una personalità con caratteristiche in divenire, se il senso ultimo della crescita e dell’approdo nel mondo circostante resterà quello di una consapevolezza del sé che evade da logiche prettamente materiali. Una personalità che non cerca risposte a senso unico ma che continua a porre domande sempre più scrupolose, sempre più minuziose e incentrate su ciò che sarà o che, col senno di poi, avrebbe potuto significare il diventare una cosa piuttosto che un’altra. Emerge, dunque, uno sdoppiamento necessario per chiedere a se stessi una sorta di resoconto sullo stato attuale delle cose più intime e personali.

Fratello del sogno con le tue lacrime disseminate in giro per il mondo / Non essere come chi mi ha fatto diventare così vecchio.

Quella di Buckley sembra essere una sofferenza fisica dinanzi all’assenza di una guida terrena che possa prendere per mano il suo essere al mondo e condurlo verso i vari bivi che l’esistenza pone di fronte alle scelte umane da compiere al fine di una graduale crescita nel contesto in cui si viene inseriti. Subire il fatto di “diventare vecchi”, però, non vuol dire solo lasciar raggrinzire una qualche speranza di futuro ripiegandola al di qua dello scudo che protegge da scelte ed eventuali rispettive intemperie, ma può voler significare anche (e più di molto altro) l’essere costretti a sotterrare precocemente quella necessaria innocenza persa nell’immediato confronto con la realtà delle difficoltà personali da espiare di volta in volta, ad ogni stadio individualmente evolutivo. Il che può essere un difetto se a prevalere, ovviamente, sono i dubbi e le incertezze dinanzi a difficoltà e senso di solitudine, ma a lungo andare può trasformarsi addirittura in un pregio se, come risultato, se ne ricava una sorta di corazza per battaglie che sarà possibile vincere ancora prima di combattere (seppur al netto di alcune perdite emotive). In sostanza, una (seppur dolorosa) crescita necessaria al raggiungimento di quella maturità concettuale – prima ancora che fisica – indispensabile ad affrontare la quotidianità in maniera sia razionale che, in parallelo, continuamente legata ad una provenienza espressamente spirituale di ciò che concerne la consapevolezza delle proprie azioni.

Meno analiticamente profondo e ben più da corpo a corpo, ma non per questo meno efficace in termini discorsivi e comunicativi, è il rapporto che invece, dal canto suo, ha sempre avuto con il ruolo genitoriale Edward Louis Severson III (meglio noto come Eddie Vedder), frontman e ormai leader di una delle rock band più importanti del pianeta, vale a dire i Pearl Jam.

Vedder non ha mai fatto mistero dei suoi trascorsi esistenziali più difficili e scostanti raccontando più e più volte di come fosse venuto a conoscenza della reale identità della sua figura biologicamente paterna solo dopo che questa passò a miglior vita. Una rabbia rivolta ad una figura materna non disposta a rendicontare i fatti reali a tempo dovuto e scaturita dal non aver mai potuto avere un rapporto umano con la sua discendenza genetica e identitaria che Vedder riverserà in punti espressivi esemplari quanto a sincerità e crudezza della situazione dispiegata (Alive, Why go e Jeremy, solo per citare qualche esempio).

Nella seconda delle canzoni a cui accennavo, l’avvolgente Release che chiude il fondamentale primo album dei Pearl Jam, Ten (1991), Vedder descrive un vero e proprio faccia a faccia immaginario col padre biologico mai conosciuto. Non si tratta, però, di un ennesimo sfogo per frustrazioni e volontà represse per cause di forza maggiore, bensì di un momento in cui la stasi delle repulsioni la fa da padrona per lasciare definitivamente campo libero alla ricerca dei frammenti di identità mancante, alla rispettiva accettazione e alla conclusiva presa di coscienza di cosa si è, da dove si proviene e dove si può provare ad andare, da ora in poi, su questo pianeta e in questa vita.

Puoi vedermi ora? / Sono me stesso / In qualche modo uguale a te. Prende piede, in questo frangente, la consapevolezza – seppur tardiva e al netto di rabbia precedentemente esteriorizzata – della propria discendenza, la constatazione di tratti somatici in condivisione e il conseguente chiedersi se di somigliante ci possa essere anche altro oltre la superficie della pelle.

Ogni volta che riascolto questo passaggio mi tornano in mente due eventi semplici e insignificanti ma su cui ogni tanto mi piace tornare per riaffermare, in qualche modo, la mia consapevolezza di discendenza o qualcosa del genere.

Nel primo, un giorno, uscito da scuola, passai da mia madre in ufficio per poi tornare a casa assieme a lei. Dirigendoci verso l’uscita, incrociammo un suo conoscente per tramite di una sorta di parentela con mio papà. Quell’uomo, evidentemente, non mi aveva mai visto prima o comunque non oltre l’infanzia, quindi non aveva mai potuto constatare quello che in quel momento ci tenne a farci sapere. Successe che costui, quando mi vide, rimase letteralmente immobilizzato e con gli occhi sbarrati e fissi verso i miei. Le prime e quasi uniche parole che poi proferì furono: “maronna mia, quisto c’ha tagliato ‘a capo!”, che in dialetto campano significa “madonna mia, questo è identico, è proprio lui!”.

Nel secondo evento, invece, ci siamo io e mia madre nel momento in cui, sistemando un armadio a casa di mio nonno, ritroviamo una serie di vecchi album fotografici all’interno dei quali spicca una vecchia foto in bianco e nero di mio papà esattamente alla stessa età che io avevo in quel momento (16 anni, se non vado errato). Lì fui io ad avere veramente un mezzo svenimento, dal momento che, guardandomi allo specchio, in quello specifico attimo della mia vita fisica, avevo davvero tagliato la testa a mio padre.

Vedder, però, va ben oltre e mette in tavola una richiesta che io non ho mai attuato pur comprendendola attraverso ulteriori esperienze luttuose adolescenziali, nei fatti molto drammatiche (altri parenti stretti deceduti troppo presto), nella sostanza del sempre vivido senno di poi progenitrici di una difesa emotiva che, col tempo e diventando uomo, ho imparato a non lasciar trasformare in pura e ingiustificabile freddezza.

Cavalcherò l’onda / Ovunque mi porterà / Taratterrò il dolore / Liberami.

Il terzo e ultimo brano a cui accennavo, infine, proviene da una band con cui ho sempre avuto un rapporto più o meno prossimo all’amore e odio (più che odio, diciamo, difficoltà di sopportazione per certe scelte) ma che pure mi ha dato tanto in termini emozionali al netto di tecnicismi non sempre così opportuni. Parlo dei Dream Theater, per i quali mi fa sempre piacere confermare (come ho anche fatto attraverso queste pagine) di reputare Falling into infinity (1997) come vero capolavoro di una discografia in cui prevalgono comunque delle gemme insindacabili come Images and words, Awake e Metropolis pt.2: scenes from a memory, che pure ho amato e tuttora amo moltissimo. Ma Falling into infinity ha sempre avuto il sapore, per me, dell’opera più sincera e coinvolgente, per quanto in larga parte condizionata da scelte produttive anche discutibili. Disco meno tecnico e ben più di cuore, più prossimo all’ultima produzione Rush che al metal-prog vero e proprio, è l’album in cui ha sede uno dei brani più toccanti dell’intero repertorio della band newyorkese, ovvero Take away my pain.

Il testo del brano è scritto da John Petrucci – principale compositore della band nonché da sempre reputato tra i migliori chitarristi viventi in assoluto – ed è dichiaratamente ispirato agli ultimi attimi di vita di suo padre, figura con la quale pare abbia sempre avuto un legame particolarmente forte, sia come figura genitoriale in sé che come riferimento per consigli e approvazioni in ambito sia professionale che inconfutabilmente umano. Quello che Petrucci racconta parte dal ricordo della realtà del momento per poi sfociare in considerazioni particolarmente intime e personali.

Ero seduto sul bordo del suo letto / Fissavo i titoli di testa del giornale / Lui disse “Guarda il povero Gene Kelly / Credo che non starà a cantare nella pioggia” / Puoi portare via i miei eroi / Ma puoi portare via il mio dolore?

Gene Kelly morì nel 1996, proprio nel periodo in cui è ambientato il racconto di Petrucci, e la citazione di quell’avvenimento sembra quasi portare un sospiro di ironia sdrammatizzante proveniente da un essere umano consapevole di ciò che sta per accadere e, per questo, comunque incline a sfociare nella più che realistica e comprensibile delle richieste.

Porta via il mio dolore / Non sono più spaventato / Devi solamente rimanere con me stanotte / Sono stanco di questa lotta / Presto busserò alla tua porta.

Poi arriva il momento e Petrucci, forte della sua caratura professionale che inevitabilmente sfocia spesso in traduzione sensoriale dell’esperienza, lo raffigura come uno spettacolo che volge al termine, come se l’esistenza fosse una continua messa in scena nella quale scegliere di recitare una parte più o meno condivisibile celando ai riflettori quello che sta dietro le quinte del proprio essere.

È la sua scena finale / L’attore fa l’inchino / E tutti quegli anni / In qualche modo se ne sono andati / Il pubblico applaude / Cala il sipario.

Non è un caso se proprio qui Petrucci sceglie di far partire un assolo che entra deliziosamente a gamba tesa nella perfetta dinamica del brano, costruendo in tal senso un corpus emotivo particolarmente forte, reso ancora più coinvolgente ed energicamente commovente dalla scelta di lasciarlo al sax contralto di Jay Beckenstein degli Spyro Gyra nella versione immortalata nell’album dal vivo Once in a livetime del 1998 (altro disco dei Dream Theater molto sottovalutato). Al rientro, quando tutto è compiuto, ecco entrare in scena elaborazione e consapevolezza della propria derivazione, senso di appartenenza e, al contempo, desiderio di evoluzione interiore su basi vacillanti ma comunque resistenti al soffio della tempesta.

Porta via il mio dolore / Lascia entrare il freddo / È ora di far piovere / Non c’è più niente da nascondere / Porta via il mio dolore / Non sono più spaventato / Sto imparando a sopravvivere / Senza di te nella mia vita / Finché non busserai alla mia porta.

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