Iron Maiden – Senjutsu (Parlophone, 2021)

Che lo si voglia o no, quello degli Iron Maiden è, a tratti, una sorta di esperimento – se così lo vogliamo e lo possiamo chiamare – che germoglia dal non così tanto lontano 1995 di The X Factor (sì, proprio lui, esatto), passa anche per mezzi passi falsi misti comunque a buone e sincere intenzioni (che però si scontrano frontalmente con una più o meno evidente mancanza di ispirazione: vedi, più di tutto, alla voce Shadows of the valley da The book of souls e compara con Wasted years da Somewhere in time del 1986…e dai, su, proprio voi…) e approda al nuovo Senjutsu con la lezione appresa e diverse scintille in più tra gli archivi di una carriera intera alla voce “creatività”.

Sì, caro amico: Senjutsu, il nuovo attesissimo album degli Iron Maiden, è sinceramente un bel disco. Del resto le premesse c’erano tutte. Un attimo, però. Chiariamo subito una cosa, una volta per tutte, anche in questo caso: gli Iron Maiden – così come diverse altre band storiche che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per intere decadi, prendendo, certo, qualche cantonata qua e là ma, senza dubbio alcuno (e ci mancherebbe altro), contribuendo alla storia della discografia internazionale con dei veri e propri album spartiacque (oltre che capolavori a sé stanti) per interi generi e generazioni – non devono assolutamente dimostrare più un bel niente di niente proprio a nessuno. Motivo per cui, se ritieni che il loro potenziale si sia esaurito nel 1988 di Seventh son of a seventh son e che tutto quello che c’è dopo (No prayer for the dying a parte, su quello siamo più o meno tutti d’accordo) sia unicamente spazzatura, cortesemente, quella è la porta, grazie e arrivederci. Anzi, mettiti proprio l’anima in pace perché un album come Senjutsu, stilisticamente, deve tanto al coraggio del cambiamento che proprio con l’ingresso di Blaze Bayley in sostituzione del divin Bruce Dickinson al microfono prese piede per provare a cesellare diversamente, dove possibile, sonorità e approcci compositivi per evitare di scavarsi la fossa della prevedibilità con la solita The trooper di ordinanza. Ma, per carità, non perché da questa parte si sia oltranzisti all’incontrario nel permettere a Harris e compagni qualsiasi loffa accettando tutto e tutti sotto una qualsivoglia motivazione. Semplicemente perché siamo tutti al corrente, qui, del fatto che i capolavori degli Iron Maiden sono e saranno per sempre altri. E allora? E dunque? Vogliamo sputare in faccia a qualunque risultato emerga dalla semplice, pura e sincera voglia di sei uomini che vivono di musica (e che sono, di fatto, musica) di continuare a ricoprire il proprio ruolo con passione, entusiasmo e anche qualche buon risultato oltre le cime più irripetibili? Certamente no, che diamine. Ecco perché, ora più che mai, conviene rispolverare piccole perle nascoste tra The X Factor e il successivo Virtual XI (1998) per arrivare a capire, se non altro, le motivazioni e le origini di certe scelte adoperate anche col rientro di Bruce Dickinson e Adrian Smith in formazione per album comunque notevoli come, almeno, Brave new World (2000) e Dance of death (2003) che, lo si voglia o no, detenevano ancora alcuni embrioni delle due precedenti esperienze, spunti creativi differenti che, in un modo o nell’altro (spesso anche palesemente a tavolino, purtroppo), hanno cercato negli anni una via di ulteriore sviluppo trovando, oggi, proprio in Senjutsu una valvola di sfogo meno cerebrale e, si direbbe, ben più accorata.

Le premesse per far sperare in un buon disco dopo almeno due mezzi (se non completi, sotto certi aspetti) passi falsi (The final frontier del 2010 e The book of souls del 2015 erano oggettivamente scarsi oltre qualche perla in alcuni anfratti; penso almeno a When the wild wind blows dall’uno e Empire of the clouds dall’altro – guardacaso due lunghe suite), dicevamo, c’erano tutte. Il riferimento, come ovvio, è ai due singoli venuti a galla qualche tempo prima dell’uscita dell’album e, a conti fatti, due tra gli esempi migliori della qualità che si respira in Senjutsu più che altrove nell’ultima decade maideniana. The writing on the wall e Stratego, infatti, sono due splendidi brani, perfettamente in grado di provocare quello che negli animi degli ammiratori di lunga data di Steve Harris e soci (il sottoscritto alza timidamente la manina) mancava da almeno una quindicina di anni, ovvero la capacità di conservare in mente un riff e farselo riproporre beatamente dal cervelletto nei giorni a seguire quasi ad ogni risveglio o sotto il delicato scroscio di una doccia rilassante. Ma c’è di più: The writing on the wall è stato svelato al mondo anche tramite un meraviglioso video animato (a metà strada tra anime e computer grafica, in verità tre quarti l’uno e un quarto l’altro) come non se ne vedevano da tempo, così denso e ricco di senso e significato oltre che di savoir faire in termini di spettacolo e gradevolezza all’occhio umano (tantissimi gli easter egg e che bello quel finale, per la serie: se vivere la propria vita in pace e in libertà, per qualcuno, vuol dire peccare, allora peccate, fratelli, peccate). Splendido l’incipit acustico simil-southern e salutare la caparbietà del riff principale (la mano di Smith di sente eccome), così come l’incedere complessivo del brano attraverso escursioni sonore mai forzate e, anzi, accuratamente selezionate per portare a compimento un lavoro realmente degno di essere preservato e celebrato nei tour a venire.

A Stratego, invece, si deve un ritorno alle proverbiali “cavalcate” maideniane ma con saggezza melodica e incisività emotiva non di poco conto, come non se ne recepivano da tempo. Ma è l’incipit della title track, Senjutsu, a far deflagrare un approccio roboante full band con un Dickinson (e questo non è da poco) particolarmente a proprio agio con l’utilizzo di timbriche grazie alle quali non sembra più essere costretto a cimentarsi in particolari salti mortali che sarebbe bene (e utile) provare a non chiedergli più. La marzialità del brano e il calore dei suoni certosinamente direzionati dalla garanzia Kevin “Caveman” Shirley conferisce un sentore di zolfo che invaderà l’intero album, provocando una cupezza sonica mai particolarmente stancante, anzi necessaria a invitare l’orecchio interiore al giusto approccio all’opera in questione. L’effetto flanger alla voce di Dickinson e i cori al limite delle voci bianche in Lost in a lost world fanno ipotizzare una sorta di novità assoluta nel bagagliaio maideniano, salvo mantenere alto il livello di solennità della scrittura di Harris che passa, come di consueto, anche e soprattutto per improvvisi cambi ritmico-melodici che spiazzano e recuperano la retta via portandosi dietro sempre un po’ di rischio prolissità. Ma è da qui che parte il discorso “ti ricordi di The X Factor?”, perché se è vero che Days of the future past mantiene toni oscuri pur fornendo solide scudisciate heavy, semplici nelle architetture ma efficaci nel trasporto emotivo, è con The time machine che, tra fraseggi acustici in apertura e stacchi intermedi in semi-cavalcate, l’udito comincia ad essere stimolato da una composizione impegnativa e frammentata ma sempre e comunque invitante.

Mentre, poi, la splendida ballad Darkest hour a firma Smith / Dickinson serve su piatto d’argento echi di quel Fear of the dark dai momenti più accorati e passionali (con condimento, forse, anche di escursioni nella discografia del Dickinson solista), il lungo trittico finale proposto da Death of the Celts, The parchment e Hell on Earth (tutte firmate dal solo Harris) svela le carte in tavola e sviscera una triade di lunghe suite che – sia per struttura che, a tratti, per sonorità – sembrano uscire dritte dritte dai dischi con Bayley. Delle tre, forse è Death of the Celts quella che più deve ai cambi di rotta di metà anni ’90, densa com’è di fraseggi acustici che prediligono le dita del buon Harris come linea guida per spunti melodici che sfociano in sezioni elettriche dalle architetture forse un po’ forzate ma interessanti nel loro capitolare anche in strutture simil-prog. The parchment, dal canto suo, ripropone e amplifica solennità che stavolta procedono, però, per sentieri sinistri con passo a metà via tra dubbioso e felino, mentre il desiderio di esplorazione lotta alla pari con la sicurezza delle melodie più collaudate. La chiusura riservata a Hell on Earth (potenzialmente la più gustosa e coinvolgente delle tre suite finali), infine, propone in maniera ancora più marcata, se possibile, la derivazione ideologica dall’incriminato album del 1995, sia da un punto di vista strutturale che in frangenti riguardanti l’organizzazione melodica complessiva, ma lo fa ponendosi l’obiettivo di lavorare molto meno di tavolino e ben più di anima e cuore, ricomponendo un cerchio esperienziale che fa di Senjutsu, probabilmente, non certo il migliore tra una vasta schiera di grandi album maideniani (questo è ovvio) ma, senza ombra di dubbio, un tassello molto più (e meglio) godibile rispetto a similari tentativi precedenti. Al netto, ovviamente, del volersi avvicinare semplicemente con maturità a un buon album degli Iron Maiden, vale a dire senza più pretendere (difficilissimo, quasi impossibile per molti) inutili prove di forza che comunque, vuoi o non vuoi, non saranno mai più rintracciabili dietro l’angolo a scalpitare.

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