Quel video dal nuovo di Caparezza

Non sono un fan di Caparezza. Certo, magari una colpa del genere potrò espiarla in questa nuova occasione ma, in tutta sincerità, non ho mai neanche ascoltato un suo album per intero. Ho sempre avuto e continuo ad avere, purtroppo, qualche difficoltà di deglutizione nei confronti del rap, anche se nel suo caso non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile vista la varietà espressiva delle opere che propone specialmente nelle uscite discografiche più recenti. Ma, ecco, mentre in situazioni come – tanto per fare un esempio – Rage Against The Machine e Body Count ad aiutare enormemente la mia digestione sonora è un hard rock molto ben strutturato, nel caso del buon Caparezza percepisco ancora qualche intralcio uditivo che, però, proverò volentieri ad aggirare. Il motivo, nello specifico, risiede in un elemento che, in questo periodo, ha preso il sopravvento su diversi altri aspetti del mio pensiero quotidiano.

Andando oltre il personaggio Caparezza, posso affermare di ammirare molto, quasi da sempre, Michele Salvemini in quanto perfezionista della parola e della sua conseguente capacità di trasferimento di senso. Nella musica – come nel cinema, nella letteratura anche meno dichiarabile in quanto tale e in qualsiasi altra forma d’arte – ovviamente conta tantissimo l’aspetto ludico e la più o meno spiccata capacità di intrattenimento, specie nei momenti di maggior vuoto enfatizzati, da più di un anno a questa parte, dalla situazione complessiva che purtroppo ben conosciamo. Ma il possibile senso da recepire, derivante proprio da un comune ma non ancora apertamente dichiarato sentire derivante proprio dalla situazione complessiva di cui sopra, e fuoriuscente da un’opera non per forza ermetica o comunque di non immediata comprensione, è una parte decisamente fondamentale, quando non proprio imprescindibile. Se mettiamo in contrasto queste due visioni ideologiche – e cioè riempire un vuoto (di qualunque natura esso sia) dicendo qualcosa di importante e potenzialmente utile a molti – ecco che una forma d’arte come la musica, facendo uso – come di odierna consuetudine divulgativa – del suo parallelo visivo – a condizione che esso venga preso in prestito per completare l’argomentazione di partenza – arriva a toccare anche corde alquanto delicate in relazione al vivere contemporaneo nella più stretta attualità.

Si tratta di quanto è accaduto a me, per certi versi, all’ascolto del primo nuovo singolo e alla contemporanea visione del rispettivo video di Exuvia, brano oscuro e alquanto sinistro (splendido anche per questo, con quell’andamento spossante in 7/4) che dona il titolo all’intero nuovo album di Caparezza. Da quanto apprendo, si tratta di un ulteriore concept album (soluzione, credo, a lui abbastanza cara anche – forse soprattutto – in quanto abilissimo narratore, prima ancora che musicista) che ben prosegue sulla scia narrativa sposata in carriera da Salvemini pur dichiarando apertamente di volersi distaccare dal passato anche più recente per aprire nuove finestre su nuovi orizzonti. Tralasciando, però, il dato meramente professionale (la ricerca, cioè, di nuovi approcci stilistici, che pure risultano decisamente evidenti), è l’evoluzione del suo versante tematico a destare, almeno in uno come me, una considerevole attrazione che conduce a una reiterazione di ascolto e visione per un decisivo assorbimento del discorso e una determinante identificazione emotiva.

Exuvia – come già detto, primo singolo del nuovo album omonimo e primo nuovo video ufficiale lanciato sui canali di diffusione di massa, in primis YouTube – porta nel titolo il nome di ciò che resta dell’esoscheletro degli artropodi (insetti, crostacei, aracnidi) una volta effettuata la muta. La metafora, fin dal titolo, è quindi più che evidente: lasciarsi alle spalle un vissuto (sia esso tangibile o puramente interiore; questa seconda opzione sarà imprescindibile per il nostro discorso) per costruire una nuova pelle, una nuova corazza, una nuova fisionomia (prevalentemente concettuale e ideologica) che consenta di mutare (appunto) caparbiamente il proprio approccio nei confronti dell’esistenza, il proprio ruolo nel mondo, il proprio rapporto con un sé in via di rinnovamento.

È una notte che ispira, è una notte che chiama nel bosco.
È una notte che spia. È una notte di sguardi che ho addosso,
di ricordi che latrano come avessero visto il demonio.
Sto scavando dentro di me così tanto che schizzo petrolio.

L’incipit narrativo del brano è molto chiaro, in questo. C’è una notte, presumibilmente quella del proprio animo non più in pace con sé stesso per qualche motivo. C’è un bosco, una “selva oscura” che chiama a rapporto per confrontarsi, una volta per tutte, con la propria essenza di individuo e fare i conti con ciò che si è “in media res” e ciò che si vorrebbe davvero essere. Fin qui tutto bene, tutto chiaro, seppure niente di particolarmente eclatante. Ma è proprio qui che entra in gioco lo splendido video diretto da Fabrizio Conte (nome di punta anche per molti altri artisti italiani del momento ma qui, credo, in particolare forma discorsiva per immagini, ben al di fuori del mero artigianato da accompagnamento per ritrasmissioni di brani obsoleti da parte di altrettanto inconcludenti emittenti televisive).

Chi ti spinge dopo quella soglia?
Se non è la noia, sarà il tuo dolore,
l’occasione buona per andare altrove, tipo fuori.

Un uomo comune (molto ben interpretato dal performer italo-svizzero Davide Enea Casarin) corre a più non posso proprio nel cuore di una sterminata e non meglio identificabile foresta. È in fuga da qualcosa e il suo vestiario riecheggia di medievale. Ma ecco una prima rivelazione identificabile attraverso un semplice stacco di montaggio. Lo stesso uomo comune vive ai nostri giorni ed appare letteralmente assuefatto da una qualche forma di grave apatia mentre è alla guida della sua auto e imbottigliato nel traffico metropolitano. L’abilità espressiva di Conte, in questa specifica situazione, sta nella scelta di utilizzare due differenti stili di ripresa – un widescreen e un simil-super 8 – per evidenziare la duplice natura ideologica e morale del protagonista: un semplice impiegato d’ufficio vive una profonda depressione legata all’inaccettabilità del suo vivere moderno e trova consolazione (o almeno distrazione dall’autodistruzione) nel rifugiarsi in quella vita parallela (tutta interiore) che lui stesso vorrebbe avere il coraggio di vivere, una vita fatta di niente ma – al contempo – di tutto, proprio come una sorta di recupero trapassato della sostanza umana più eccelsa, pura, semplice ma vera, estremamente scarna e povera ma, proprio per questo, sincera e condivisibile.

Alzi la mano chi, nel corso della sua intera vita, fino a questo preciso istante, non ha mai desiderato, almeno una mezza volta, appartenere ad una sorta di presente parallelo le cui leggi sociali e concettuali non siano dettate dal corso di tempi ai quali non si sente, complessivamente, di appartenere. Certo, non è proprio così lecito scomodare massimi sistemi o dottrine filosofiche più o meno elevate, ma potremmo quasi dire di ritrovarci dinanzi a una sfumatura di eterotopia, ovvero quella dicitura che Michel Foucault utilizzava per definire “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano”. Vivere, insomma, in un determinato luogo pur non essendoci materialmente (come vedersi in uno specchio) ma percependolo come una realtà più reale del reale stesso, come la vera realtà di appartenenza in cui, pur non vivendovi tangibilmente, è possibile identificare un “qui” e un “ora” ugualmente valido e identificabile come reale.

Ed ecco, allora, che per sopravvivere nel più profondo dei gironi infernali del proprio io – personalità che non accetta più una realtà tangibile fatta di routine e aridità interiore – una parallela entità spirituale (o anche soltanto ideologica) del protagonista genera un intero mondo fuori dagli spazi materiali e fuori dalla concezione umana di tempo. Questo sdoppiamento è sottolineato proprio dalla biforcazione stilistica dei formati di ripresa: alla realtà materiale, quella in cui il soggetto vive col corpo, è riservato il simil-super 8 per sottolinearne la natura sfocata, senza profondità (di campo), scossa (macchina a mano) da un tormento interiore che reclama a gran voce libertà assoluta di scelta, emancipazione totale da un vivere che rasenta il morire; alla realtà interiore, invece, quella in cui il protagonista vive con la mente pur trovandosi col corpo nel materialismo metropolitano, corrisponde l’apertura e la spazializzazione del widescreen, la sinuosità dei movimenti (carrelli, droni, dolly) e la perfetta messa a fuoco della questione interiorizzante.

Questo dualismo visivo e concettuale, in sostanza, centra perfettamente il discorso portato avanti tanto dal brano quanto dall’album di Caparezza e mantiene ben vivo il tutto nell’arco della sua intera durata sotto diversi aspetti.

Ad essere messa in discussione, ad esempio, è la validità del concetto di lavoro, da un lato (simil-super 8) visibile come stanca necessità di compromettente tornaconto senza particolari vie di sbocco, dall’altro (widescreen) riscontrabile come insieme di tasselli fondamentali a comporre il quadro dell’unica ipotesi di esistenza giudicata degna di essere conseguita (la pietra trasportata per completare la costruzione del simbolo di morte e rinascita – o, meglio, di passaggio, di nuovo approdo – rappresentato dalle spirali del simbolo visibile nell’ultima inquadratura).

Ma ciò che contribuisce a prenderci per mano e accompagnarci ancora oltre in quello che è un vero e proprio viaggio senza ritorno nel cuore di tenebra delle convinzioni umane nel mezzo del cammin di una vita, è il raffronto non solo riscontrabile nelle azioni quotidiane ma anche, anzi soprattutto spiritualmente metaforico. Accendere un fuoco, infatti, nella consumistica realtà odierna è gesto obsoleto attuabile da chiunque (la maniera più semplice e banale di farlo è proprio quella insita nell’accensione semiautomatica di un fornello da cucina), mentre nel mondo interiore del protagonista è una meta raggiungibile con attenzione, ingegno e sudore e dunque, in quanto tale, capace di destare quello stupore e quel fascino perduto tra le grinfie del nulla attuale, ammirazione di un sé realizzatosi in quel gesto, in quel traguardo raggiunto. Fare le cose, insomma, affinché abbiano un valore, non perché, secondo chissà chi, vanno fatte e basta.

Così come l’atto del nutrirsi propone un decisivo bivio tra la scelta di continuare a cibarsi di pseudo-verità adeguatamente confezionate (in questo caso adeguatamente rappresentate da un Big Mac Menu consegnato a domicilio, nemmeno reperito in sede) o preferire una purezza di intenti riscontrabile – nella metafora visiva – in un’alimentazione primitiva ma pura, semplice, essenziale ma effettivamente nutriente, quindi da divorare con gioia.

Anche l’atto creativo in sé viene preso in considerazione nella sua ambivalente appartenenza mondo reale / realtà interiore. Mentre sul versante widescreen il protagonista ha le idee perfettamente chiare su quale conformazione donare alla sua creatura materiale, stendendo un preciso e dettagliato progetto proprio di quel simbolo di morte e rinascita, sulla sponda simil-super 8 il foglio rimane intatto per totale assenza di idee in un contesto che, evidentemente, delle idee non sa più che farsene.

E allora non resta altro che innalzare all’Olimpo del senso della propria individualità (da salvaguardare) quella costante necessità di pura nudità dei desideri e delle intenzioni, spogliandosi di tutto almeno in un animo desideroso di mille vie di uscita dal tanfo omologante per permettere al vero sé di esprimersi, fosse anche nelle epoche remote di una non-appartenenza più vera del vero in quanto spazio-tempo ideale per non soccombere al dominio della neolingua comportamentale mentre tutto, intorno, continua a cucire su misura un vestito per ogni occasione di apparenza interpersonale.

Che il buon Salvemini abbia voluto o meno – nel suo nuovo frangente discografico – parlare anche di tutto questo oltre che della propria esperienza artistica (un ulteriore indizio concettuale potrebbe risiedere in alcune zone della narrazione insita nel secondo singolo che anticipa l’album, La scelta), l’impatto che un brano come Exuvia e, ancor di più, il suo rispettivo video (a questo punto veramente esplicativo) hanno su ricettori umani più attenti e predisposti alla causa è decisamente fondamentale per fare in modo che un messaggio così importante evada finalmente dall’underground (che, per inciso, è pieno di discorsi di questo calibro) e raggiunga – grazie alla popolarità del nostro (per ironia della sorte costruita in larga parte proprio su tasselli di importante caratura contenutistica assorbiti dalle masse quasi unicamente per verve ritmico-sonora da ‘mbriachìa concertistica) – una più vasta fetta di umanità per chiamarla a fare i conti anche con ciò che può non destare divertimento, sorriso e spensieratezza.

C’è tutto un mondo, dentro.

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