Tony Tammaro – Nun chiagnere Marì (TamarSound, 1991)

Incipit.

Larga parte della discografia attuale, sia a livello nazionale che al di fuori delle mura nostrane, vive una costante situazione di bivio: da un lato il crollo irreversibile delle vendite fisiche (fatta eccezione per il formato vinilico, ma quello è un altro paio di maniche) dovuto all’impero dello streaming e del download (ancora non sempre e comunque legale, checché se ne dica), dall’altro una sopravvivenza più o meno forzata di produzioni del passato a cavallo dei più disparati stratagemmi di mercato. E allora giù a celebrare i dieci, venti, trenta, quaranta o cinquant’anni di questo o quell’altro disco, di questa o quell’altra band o artista. E poi ancora giù coi vari Record Store Day per edizioni ipermegalimitate che fanno lievitare a dismisura le quotazioni delle normali stampe e ristampe originali, così come per rimasterizzazioni e riedizioni celebrative, per l’appunto, di nomi o titoli (chi più, chi meno) importanti per la salvaguardia di una qualche parvenza di valore culturale – oltre che di piacere, soddisfazione e benessere individuale – della musica a tutto tondo.

Stacco.

Per il sottoscritto, gli anni ’90 (quelli dell’adolescenza) sono stati segnati dai Nomadi, dal grunge e da Tony Tammaro. No, non sono in preda a un delirio post-traumatico da stress. Sull’influsso esistenzialmente seminale dei Nomadi mi sono già ampiamente espresso, mentre per il grunge ci vorrebbe una sottospecie di enciclopedia personale. Quanto a Tony Tammaro, io c’ero, ho visto tutto, ho presenziato e ho assorbito sia l’ironia che la minuziosità – direi – antropologica delle narrazioni offerte dal buon Vincenzo Sarnelli (vero nome del nostro). Già, perché stiamo parlando di una sorta di equivalente del Carlo Verdone che analizza dettagliatamente i tratti caratteristici del coatto romano e di tante altre sfaccettature della stirpe capitolina in ogni sua fascia di età e posizione sociale. Se si trasporta quello specifico approccio sulle ancora più variegate stratificazioni appartenenti al vivere napoletano (sfumature che anche un avellinese come me ha sempre potuto capire, anche se non particolarmente a fondo per ovvie ragioni di origine territoriale), dalla città alla provincia, ecco che emerge la descrizione del “tamarro“, un vero e proprio ritratto di intere generazioni prese in considerazione non per estremizzarne i difetti a mo’ di denuncia sul filo di un sorriso strappato a forza, ma per enfatizzarne caratteristiche, sì, rese divertenti ma, al contempo, insignite di giustizia esistenziale al pari di un contesto storico che, da tempo immemore, tende per sua natura evolutiva a cancellare ciò che non appartiene a una dittatoriale visione del mondo in ottica di modernità pseudo-perbenista. Si trattava di una descrizione, però, mai gratuitamente volgare e che non rischiava neanche lontanamente di rendere simpatici personaggi pericolosamente malavitosi da tenere, anzi, a debita distanza in quanto non appartenenti, secondo quella visione, al vero vivere collettivo del popolo partenopeo (quando capitò a Tammaro di focalizzare l’attenzione sulle stramberie di uno sbadato furfante – nel brano Al Cafone nella terza cassetta autoprodotta, Da granto farò il cantanto del 1992 – la derivazione – e il nome ne è la conferma – era oltreoceanica). Proprio quella non volgarità gratuita e quel senso del personaggio comune e mai del tutto negativo erano le caratteristiche principali che facevano di qualsiasi canzone di Tony Tammaro un veicolo ludico perfettamente godibile anche dai più piccoli, ovvero il sottoscritto nel pieno di quegli anni di esplosione popolare del diretto interessato.

Tony Tammaro, infatti, salì alla ribalta nei primi anni ’90 come vero e proprio fenomeno socio-culturale, oltre che come cantautore ironico-satirico-demenziale. Libraio con carriera professionale tranquillamente avviata, per sua stessa ammissione le serate trascorse in sella alla sua passione (la chitarra acustica e qualche canzone autografa da regalare ai presenti di qualche locale partenopeo per trascorrere serate all’insegna del divertimento) lo portarono ad autoprodurre la Prima cassetta di musica tamarra nel 1989 con canzoni, quindi, già ben collaudate e, anche per questo, artefici di un successo cittadino inestimabile. Complice dell’esplosione del fenomeno Tammaro, oltre alla geniale perfezione delle canzoni fino a quel momento note (la hit Patrizia, Il parco dell’amore e Il rock dei tamarri su tutte), fu anche il proliferare di un “falsario di fiducia” particolarmente attivo sia nel napoletano che in varie altre zone della Campania (chi è stato un adolescente campano in quegli anni – subendo corporalmente le costrizioni famigliari delle sagre e delle feste di piazza provinciali – conosce bene l’attrazione esercitata da quel “bancariello”). Tale “Mixed by Erry”, infatti, era uno pseudo-marchio che si distingueva per la gigantesca diffusione illegale di musicassette di contrabbando (ma molto ben registrate) riproducenti qualunque tipo di opera musicale, dai Pink Floyd a Mario Merola. E proprio il suo (per così dire) “contributo”, pur generando un approccio di amore e odio da parte dello stesso Tammaro (odio quanto a illegalità del prodotto, amore quanto a capacità di copertura capillare del territorio per la diffusione di un prodotto di enorme apprezzamento), consentì di incrementare a dismisura la popolarità del nostro, che così cominciò a ricevere una sterminata quantità di inviti a presenziare proprio a quelle sagre e quelle feste di piazza.

Quanto al prodotto musicale, la derivazione era apertamente semi-Squallor (in seguito resa più evidente dalla provenienza b-movie delle successive ed esilarati “pubblicità tamarre”, sublimate da traduzioni e incrementazioni visive nella fortunatissima trasmissione televisiva di Canale 9 Tamarradio, da lui condotta dal 1999 al 2001), condita con qualche accenno di Skiantos, Elio e un Leone Di Lernia o Benito Urgu asciugato in direzione cantautorale e reso ben più ampio in termini di conferimento di senso comico, sia per argomenti che per tempi e modalità di esposizione degli stessi.

Ma il punto è: perché ho messo in campo tutte queste argomentazioni iniziali? Semplice: perché tra i miliardi di titoli che quest’anno, 2021, compiono dieci, venti, trenta e passa anni c’è anche quel capolavoro (sì: capolavoro) che porta il titolo di Nun chiagnere Marì e, come sottotitolo, ca ‘e ccose s’acconciano e ‘o comune ce assegna ‘a casa si po’ me danno pure ‘o posto a’ fernimme ‘e vennere ‘e Mabbor! (a dir poco perfetta descrizione dell’individuo medio trattato qui come in tante altre situazioni narrative a firma Sarnelli).Trattasi della seconda cassetta di “musica tamarra” che il buon Tony sfornò di tasca sua, così come l’esordio di un paio di anni prima, nel mai lontanissimo 1991 (il formato cassetta è stato un must nella produzione ufficiale di Tammaro almeno fino al quarto album, Se potrei avere te del 1993, arrivando poi ad essere affiancata dal formato cd; oggi quelle cassette sono dei veri e propri cimeli e le rispettive quotazioni collezionistiche sono da capogiro – per informazione, il sottoscritto le possiede tutte). E se è vero che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, la prova del nove, qui, a modesto avviso dello scrivente, sta nel fatto che si tratta del lavoro discografico probabilmente più completo in termini sia di valore e impatto comico-ironico che di contenuto legato con nodo scorsoio, certo, al traguardo ludico, ma molto meglio articolato nella costruzione delle modalità attraverso le quali quell’orizzonte viene sfiorato. Soluzioni, queste, non prive anche di più ampi e – per certi versi – complessi riferimenti ad aspetti quasi sempre tralasciati in merito al vivere quotidiano del “tamarro medio”, personaggio fuori luogo in contesti “normali” ma da non sottovalutare quanto a ingegnosità e savoir-faire alternativo.

Celebrare, fosse anche ognuno per conto proprio, i trent’anni di questo vero e proprio gioiello è più che doveroso, specie per chi, come me, ne ha vissuto l’impatto godendo apertamente di un talento in grado di strappare sorrisi (e farli durare nel tempo, fino ai giorni nostri) anche in momenti non esattamente felici e sereni. Insomma, Nun chiagnere Marì è il vero capolavoro di Tony Tammaro. O giù di lì, visto che di opere eccellenti, il buon uomo, ne ha sfornate diverse, almeno dalla prima cassetta del 1989 fino a Monnezzarium del 1997, con uno sguado anche a The dark side of the moonnezz del 2005 (geniale anche solo per il concept dell’artwork sia esterno che interno al disco: la descrizione dettagliata dell’organizzazione spaziale Naso, incaricata di trasportare i rifiuti partenopei in eccesso sul lato oscuro della Luna).

La scaletta di Nun chiagnere Marì è a dir poco perfetta. Si parte con una sorta di coniugazione teen movie in salsa provinciale (Dint’ ‘a villa) nella quale il protagonista, un più o meno giovane studente di una scuola di recupero (il mitico Istituto Jervolino), conosce sull’autobus la ragazza dei suoi sogni, se ne innamora e la invita a trascorrere una mattinata marinando la scuola per girovagare, appunto, in una villa comunale per condividere esperienze di leggerezza. Almeno fino a quando il padre di lei, col sempreverde “cric” in mano, li scopre e riserva ad entrambi una “fetente di mazziata”. Si passa, poi, all’elogio dell’annoiato padre di famiglia senza prospettive che sfoga le sue pulsioni represse nel cibo in orario notturno (L’animale): dall’atmosfera tetra e ombrosa proprio come lo stato emotivo del protagonista (Dinto ‘o scuro d’a cucina / Sento ‘addore d’ ‘o ragù) si procede, qui, verso la minuziosa elencazione delle gesta disperate di chi trova soddisfazione fisica e, in un certo senso, spirituale nella voracità di ciò che, quotidianamente, dovrebbe invece risultare normale. Così l’elenco delle pietanze massacrate (“purpetta”, “sasiccio”, “tiella”, “tracchiulella”, “vino ‘e votte” e moltissime altre) diventa una sorta di bollettino di guerra per una feroce battaglia che sembra meditata e studiata da una vita intera e messa in atto in un momento giudicato opportuno ma delle cui reali motivazioni non è dato conoscere (per quanto si possa comunque immaginare) le caratteristiche peculiari.

Poi è il turno della prima incommensurabile perfezione resa canzone da sola chitarra e voce. La certosina dinamica narrativa e l’irresistibile metafora esistenziale avviata dalla raffigurazione di un pedalino che sfugge dalle mani del protagonista (Volo di un cazettino) prende in considerazione l’abitudine di stendere la biancheria appena lavata fuori dal balcone come espediente centrale per avviare il racconto di un’amore furtivo che era nell’aria e che si concretizza grazie alla necessità, da parte del narratore, di recuperare il calzino caduto sul terrazzino della diretta interessata qualche piano più in giù rispetto a quello su cui si trova la sua abitazione condominiale. Anche qui, però, tutto viene stroncato dall’arrivo del censore morale che, a differenza del brano di apertura, non è il padre ma il marito di lei che rientra a casa in anticipo dal lavoro. Attraverso l’utilizzo di un dialogo diretto, il protagonista descrive l’accadimento in maniera più accorata e passionale (Gentilmente, scusi tanto può, vedere nel suo terrazzino / Se per caso tra le piante fosse caduto ‘nu cazettino, a cui la donna desiderata, risponde senza indugio Ma la prego si figuri, entri pure nel salone / Io mi trovo sola in casa, guarda che combinazione / Mio marito sta al lavoro, torna tardi e lei lo sa / Che una donna sola in casa tantu tiempo nun se fida ‘e sta), ma la soluzione viene abbandonata per descrivere il crollo del sogno d’amore fedifrago per mano del marito della donna (Ma tutto a un tratto sul più bello, nel momento dell’amore / S’e’ araputa chella porta: era Gargiulo Salvatore / Nun me dette manco ‘o tiempo ‘e me piglia’ chillu cazettino / Chella bestia, d’ ‘o marito me mannaie ‘e Pellerini). Ma è letteralmente irresistibile la raffigurazione del “cazettino” che inavvertitamente vola giù dal balcone come metafora della casualità esistenziale che spesso, secondo Tammaro, può condurre a situazioni imprevedibili per quanto desiderate da tempo, anzi proprio per questo rese più amichevoli come da una sorta di influsso del destino descritto con parole decisamente povere ma perfettamente posizionate e cariche di capacità figurativa.

La narrazione di avventure e disavventure del “tamarro medio” che vive in una grande città ma gode di un animo da provincia, per quanto puro e inconsapevolmente genuino, si esprime a tinte ancora più complete nella successiva e sottovalutatissima La villeggiatura, dove Tammaro racconta le peripezie di una famiglia che sta per andare in vacanza a ritmo di country folk da Woody Guthrie del Vesuvio, metodo stilistico scelto non a caso in quanto perfetto per riecheggiare capacità espressive popolari d’oltreoceano traducendole, però, in tornaconto strettamente locale (In questa mia ballata / Non parlo di cowboy / Ma di Gennaro Esposito / E i sette figli suoi; dove a sottolineare l’estrema popolanità dei protagonisti è sia il nome Gennaro – patronale e diffusissimo a Napoli e provincia – che il cognome Esposito – storicamente assegnato ai “trovatelli” rifiutati dai genitori e, quindi, rinvenuti nella cosiddetta “ruota degli esposti” in dotazione ai brefotrofi). Il fascino di questo brano, però, sta anche nella scelta di allargare il campo visivo del racconto per fare in modo che, tra un guasto alla macchina e il perdersi in località vacanziere poco potabili, i veri tamarri risultino i vari soggetti incontrati lungo il difficoltoso cammino (un uomo che non risponde a una semplice richiesta di informazioni, camionisti che imprecano e deridono invece di soccorrere).

Alla splendida ballata Il mozzarellista è invece lasciato il compito di assumere le sembianze di canzone d’amore. Un po’ sulla scia degli Squallor di ‘O camionista e ‘O ricuttaro nnammurato ma senza alcuna cattiveria e con una considerevole sincerità affettiva, Tammaro descrive qui i sentimenti di un addetto alle consegne gastronimiche che canta il proprio amore per la figlia del proprietario di un caseificio in cui gli capita di fare tappa durante il tragitto richiesto dal proprio lavoro (E da quel giorno sei sempre nei miei pensieri / Quando faccio le consegne ai salumieri).

Non manca qualche innocente doppio senso (Tra un fior di latte e un provolone / Ci metterò le tue mozzarelle), ma l’essenza del brano sta tutta nell’assoluta sincerità e schiettezza del protagonista che riconosce la sua semplice e alienante condizione esistenziale ma riesce benissimo, anche in questo, a figurare scenari amorosi di puro (per quanto molto personale) romanticismo (Sono un ragazzo che corre / Su questo furgoncino sgarrupato, scassato / Per consegnare provole e ricotte, caciotte / Uovi di giornata e mozzarelle di bufala / E mentre corro penso sempre a te […] Su questo mezzo scassato / Che puzza di ricotta e di formaggio, coraggio / Diamoci ancora un bacio io e te).

A sfatare il mito della forma fisica perfetta, sempre vedendo la situazione con filtro “tamarro”, è la successiva Aerobic tamar dance, vera e propria parodia di qualsiasi disco o videocorso di fitness che traduce la spiegazione degli esercizi da compiere in gesti che, se non altro, permettono almeno di accennare la parvenza di movimento richiesta (Adesso passiamo al movimento del casellante della tangenziale / È un movimento un po’ complicato ma serve a sviluppare i muscoli del

Braccio […] “Damm’e sorde” / “E tecchte ‘o riesto”). Mentre Pronto Marì è un altro capolavoro narrativo tutto giocato sul disvelamento graduale del racconto di un uomo che telefona alla propria compagna come disperato per la sua assenza (So’sciso ‘nu momento / Pe’ te telefonà / Marì, famme ‘o piacere / Fa ambressa, curre ccà / Mi sento male / Sto proprio male / Sto tanto male), lasciando poi rivelare la telefonata come proveniente da una cabina nei pressi dell’ospedale perché bloccato in reparto da un’indigestione (Marì, dimme ‘na cosa / Ma che c’hammo magnato / A ‘o matrimonio ‘e soreta / Ca je sto accussì nguaiato) e imprecante l’amata di arrivare a firmare le carte per la dimissione in quanto luogo reputato non adatto alle cure necessarie (Chistu male è nu mistero / Cca’me abboffano ‘e clistere / Si nun viene e firme tu / A cca ddinto nun jesco cchiù).

Un’altro genere specico, poi, Tammaro lo affronta con Il tango dei tamarri, dove la coniugazione, stavolta, riguarda il “tamarro medio” alle prese con l’amore sensuale incarnato dal ballo in questione. L’ambientazione a metà strada tra la balera e la taverna unta di periferia dimenticata (La serata è di lusso / Con l’orchestra Salzano / Ristorante di classe / Addu “Peppe ‘o pacchiano”) fa da indizio all’ambivalenza tra intenzioni (Tango, io danzanno ‘sta danza / Cu tte panza e panza / Me sento nu rre) e reale sostanza delle azioni (Mo’ mi sento abbacchiato / Perché ho troppo bevuto / Stongo tutto ‘ntrunato / E me veco perduto), fino al punto in cui ogni parvenza di sensualità romantica sfocia in occasione disastrosamente perduta nei fumi alcolici (Pe’ pruvà chesta ebbrezza / Che figura ‘e munnezza / Aggio fatto, Carmè).

Sempre a proposito di generi, in questo caso samba e bossa nova, U curnudu (come la U strunzu della cassetta d’esordio), cede momentaneamente la scena all’alter ego Joao Antonio Paulo Samentu (u cantantu du sentimentu), utilizzato da Tammaro in queste uniche due occasioni per raccontare con apparente nonchalance disavventure ancora più tragicomiche e improbabili. Mentre, nella prima cassetta, al centro della questione era un amico dell’immaginario cantante brasileiro che, in un impeto di convulsioni intestinali, distruggeva il bagno della casa del protagonista, nel caso de U curnudu entra in gioco il tema del tradimento ricevuto (condizione sublimata dal successo della celeberrima Tien ‘e ccorna da Se potrei avere te del 1993), in questo caso raccontato attraverso una estrema maccheronizzazione del linguaggio brasileiro per tramite di espressioni e terminologie dialettali nascoste dietro l’apparente idioma estero. Un accenno autolesionista viene sdrammatizzato abilmente (Scendo solitario nella notti / Un’idea mi gira pa cabeza / Sta passandu u camion ra munneza / Mi sono proprio rottu / Io mo mi buttu sottu) e tutto si risolve in un’introspezione quasi da spleen baudelairiano (Samba samba samba trishcti / Samba de un poveru cristi / Sambita de un minutu / U samba du curnudu).

La chiusura, infine, è riservata a un altro genere, il rap, esplorato in maniera esplicitamente grossolana ma, al contempo, utilizzato appositamente per estremizzare uno degli accenti più strani e particolari del dialetto napoletano quale è la sua inclinazione puteolana (Puzzulan rap). Anticipando di gran lunga la notorietà nazionale conferita a questa inflessione linguistica dal Ciairo di Francesco Paolantoni tra le fila di Mai dire gol a metà anni ’90, Tammaro fa uso di un genere moderno per descrivere personaggi dalla storia secolare, declamando così la vita quotidiana di una larghissima comitiva di pescatori locali enfatizzandone le doti professionali (Tutte ‘nfuse faticammo / Nuie cu ‘e pisce ce parlammo) e la sterminata tradizione trasmessa ad ogni singola e numerosissima famiglia estesa (Nuie simmo unnice frate / Mmiezo ‘e pisce simmo nate / Si ce aunimmo cu ‘e pariente / Simmo cchiu ‘e millettreciento).

Per completezza analitica, abilità discorsivo-affettiva e varietà stilistica complessiva, dunque, Nun chiagnere Marì è, da una parte, la prima confema assoluta dell’estro creativo e della verve ironico-comica di Sarnelli/Tammaro e, dall’altra, un tassello cardine attorno al quale ruoterà lo sviluppo dell’intera sua produzione successiva. Il tutto al seguito di un’attitudine che il buon uomo non farà mai mancare in nessuna delle sue composizioni future e che, anzi, sarà fondamentale – in termini di riproposizione satirico-socio-culturale – per mantenere vivo e vegeto l’occhio scrutatore dei tipi umani nel corso della loro evoluzione (o involuzione) di pari passo con le imposizioni della modernità in eterno (e forzato) divenire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...