Costume – Resonant garden (Autoproduzione, 2021)

Cosa ispira una band di oggi a piazzarsi davanti a un Fostex 280, rinunciare a filtri e impostazioni computerizzate e investire nella scelta di proporre il tutto quasi esclusivamente in formato vinilico? La fascinazione per tecniche, metodiche e approcci tradizionali che meglio consentono di approfondire un discorso sonoro legato a origini sempre vive e vegete ma coniugate con odierne architetture sonore? Sicuramente sì, vista la sana convinzione di intenti e la pura predisposizione alla causa. Ma c’è di più. Cosa? Forse l’idea, questa (per troppi) sconosciuta. Potremmo anche dire ideologia, volendo, se non fosse che una buona fetta di pubblico fuggirebbe a gambe levate al cospetto di una simile chiarezza cultural-mentale.

Eppure sembra essere proprio così nel complessivo lavoro discografico del duo campano Costume (Marco “MauSS” Cozza al polistrumentismo sia concreto che digitale e Claudia Placanica alla voce), che ora approda sulle sponde del nuovo Ep Resonant garden con un considerevole bagaglio di maturità artistica riferita sia a provenienze sempre più eterogenee che a espressioni timbriche e strutturali notevolmente rivolte verso traguardi quanto più fedelmente legati alla concezione di cui prima ma – e questo è il punto – pronti a saltare dal trampolino del continuo desiderio di evoluzione, tanto personale quanto artisticamente sperimentale.

E notevole, per l’appunto, è il risultato offerto dall’ascolto di un lavoro in studio come Resonant garden, giudicabile proprio con la lente di ingrandimento di una sperimentazione tutt’altro che fine a se stessa, anzi succosamente interessante laddove riesce a infondere curiosità (altra odierna sconosciuta) attraverso sonorità trascorse in scontro frontale con arrangiamenti elettronici solo apparentemente distanti dall’avere senso compiuto. Certo, più e più volte (specialmente ad alto rango) ci è capitato di ritrovarci al cospetto di chitarre blues e slide in matrimonio con ritmiche e stratificazioni digitali; ma farlo a tavolino è un conto, scegliere deliberatamente di raggiungere risultati spossanti e, proprio per questo, coinvolgenti nel loro essere strascicati verso mete acide ma fruttuose in termini di ribaltamento emotivo è un altro paio di maniche. Qui la commistione, infatti, viene svelata per quello che realmente è nelle intenzioni: sensualità mista a straniamento psichico, psichedelia in combutta con beat malati e ossessivi, perturbante lirico in incesto con direttive metriche spesso e volentieri dissacrate in favore di ricavati umorali che prendono in mano la situazione e stabiliscono ogni nesso logico consequenziale.

Niente rassicurazioni delle più becere, conformiste e insolenti, dunque, ma tanta coerenza produttiva, coraggio artistico e sincerità concettuale. Direttive subito messe in gioco da un hard blues etilico degnamente rintracciabile in arcinoti miscugli altisonanti (Portishead in primis) ma infettato da pulsazioni digitali che salgono sul ring con le sabbie desertiche degli approcci slide di un Ry Cooder da original soundtrack, tanto per capirci (I will be), istanze che non si intimidiscono affatto nel proseguire sulla scia di traslazioni tardo Mark Lanegan che incontra fantasmi lynchiani su strade perdute in universi paralleli (Forget gold).

Tutto è emotivamente marziale, minimale nei suoni ma proprio per questo evocante fantasmi sul delta delle ossessioni più recondite, abilmente tradotte da corde vocali che traducono in gineceo quanto di più sulfureo espresso in validi esempi anche di vasta portata (pensiamo agli Algiers dell’esordio su disco, ad esempio). E due brevi strumentali – uno di intermezzo pulsante (Mufflers) e uno di stampo dark ambient con influssi carpenteriani (Reach the void) – non scalfiscono affatto l’impronta analogica in eterno andirivieni synth-techno-wave magari audacemente miscelata a un’impostazione acida alla Jon Spencer / Pussy Galore (Why protest), ma di sicuro volentieri rivolta anche verso sponde addirittura impro-jazz pseudo-swing quasi zorniane nel background, eppure orientativamente trip hop nelle coniugazioni (I really left you).

In definitiva, un lavoro – e una concezione sonora – magari non di primissimo coinvolgimento uditivo, vista la scarsa predisposizione all’esperimento che l’individuo contemporaneo continua a sbandierare con imperioso orgoglio, ma – e questa è una delle caratteristiche portanti – in costante evoluzione quanto a capacità di portare a un secondo ascolto per carpire al meglio l’essenza di un’idea solida e performante.

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