Steven Wilson – The future bites (Caroline Records, 2021)

Cosa passa per la testa di Steven Wilson in questi ultimi cinque o sei anni? Viene da chiederselo perché The future bites è, sì, un disco pop ma dal substrato accattivante a tal punto da far gironzolare per la testa l’idea che si tratti, molto paradossalmente, forse del disco quasi più complesso dell’ex Porcupine Tree da Insurgentes a questa parte (fatta eccezione per quell’Unreleased electronic music che nel 2004, in pieno fermento porcospinoso, arrivò a calare in tavola certi assi di manica sperimentale sorprendenti per i nuovi adepti dell’epoca, decisamente evolutivi per i già consci delle capacità del nostro – vedi passi quali Voyage 34, I.E.M. e simili).

Il precedente To the bone era certamente un lavoro dichiaratamente pop ma ben più aperto a sonorità a tratti plasticose, talvolta urticanti per certi uditi meno predisposti al cospetto di quel nome, spesso e volentieri ammiccanti a una qualche classifica (più di datata memoria che di odierna attuabilità) ma comunque mai orfane di vette compositive di assoluto pregio e indiscutibile tatto artistico. Con The future bites, però, le carte in tavola lasciano estremo margine a delle fiches miliardarie giocate in un meditatissimo all-in di sperimentalismo per forme sulla base di contenuti magari non così rinnovati rispetto alle precedenti esperienze sia in band che in solitaria, ma di sicuro di importantissimo impatto visto il quoziente intellettivo medio delle odierne produzioni di taglio mainstream internazionale.

Al di fuori del prog ’70 che ne ha condizionato larghissima parte di carriera, ma memore delle architetture elettroniche ambient-dark-wave di cui è intrisa quasi tutta la sua variegatissima produzione (dai primi demo solitari ai fondamentali apporti di Richard Barbieri nei Porcupine Tree anche nella fase più heavy; passando anche per Bass Communion, all’occorrenza), l’amore di Wilson per il pop fatto bene (sophisti-pop, si direbbe; lui lo chiama, in certi frangenti, prog-pop) è noto anche alle pietre. Una certa venerazione per il Prince di Sign o’ the times, Purple rain e forse anche Around the world in a day, così come il trasporto seminale al seguito dei Tears For Fears di Songs from the big chair e The seeds of love, rappresentano la base della culla nella quale Wilson si adagia da tempo immemore. Ma ci sarebbero anche gli Autechre di cui Wilson, in una recente puntata – “home edition”, naturalmente – di What’s in my bag – il format YouTube con cui Amoeba Music segue svariati artisti nel loro curiosare nei negozi di dischi della storica catena americana, pescare alcuni album e parlarne davanti alla telecamera – ammette di amare molto gli ultimi lavori. Ed è vero anche che lo scopo produttivo di Wilson, in qualsiasi frangente della sua ormai più che trentennale carriera, è sempre stato quello di guardare all’amato passato di generi d’appartenenza e strutture compositive per innestarne nel presente i tratti salienti in funzione di una ipotesi di strada maestra futura. Operazione, tra l’altro, quasi sempre ampiamente riuscita, alla quale davvero in molti hanno dovuto sinceramente porgere tanto di cappello (vedi almeno alle voci The sky moves sideways e Signify).

Che The future bites, allora, sia un notevole e saggio tentativo di proseguire sulla scia di un percorso di ricerca sia strutturale che tematica (anche qui, come in Hand.Cannot.Erase, sono potentissime le riflessioni ideologiche su verità e immaginazione, reale e virtuale), che parte dai propri personali albori per poi inserire nel proprio contesto di appartenenza elementi di potenziale rinnovamento linguistico compositivo, non c’è da dubitare. E anzi c’è da aggiungere che il compito di rinnovarsi e rinnovare, fin dove possibile, stavolta è stato decisamente meglio assolto rispetto alla precedente esperienza in studio. Lo testimonia fin da subito l’aria di zolfo granulare che riserva l’apertura delle danze ad Unself per catapultare immediatamente l’ascolto nelle sinuosità sintetiche di Self, che si concedono anche scontri frontali con le avvolgenti intuizioni melodiche di King ghost per poi lasciarsi momentaneamente invadere, però, dallo stile classic pseudo west coast di una 12 things I forgot splendida ma decisamente fuori posto, se non fosse per le intenzioni complessive del lavoro in questione. Ma è un attimo, perché subito interviene Eminent sleaze a dichiarare forse la maggiore influenza Prince dell’album come di buona parte della carriera solista del nostro, forte di una selezione strumentistica certosina e di un’architettura altrettanto sartoriale quanto a creazione e distribuzione sonora. A Man of the people spetta, invece, il compito di attirare a sé nel migliore dei modi lontani echi Tears For Fears, mentre i quasi dieci minuti di Personal shopper (emblema dell’album, si direbbe; Elton John voce narrante, qui) sviscerano cenni di Depeche Mode e ritmiche da dance floor anfetaminiche con aperture interne tendenti alla psichedelia ambient già sperimentata da Wilson in varie fasi. Sarà poi il post-pop-rock elettronico trainante in stile quasi Trans Am di Follower, assieme al repentino contraltare da delicata ballad atmosferica di Count of unease a rimettere in sesto una parvenza di organicità umana sia in sede di scrittura che in ambito di esecuzione.

Se lo scopo del Wilson post prog era quello di calarsi a capofitto nel suo parallelo amore viscerale per una certa predisposizione al songwriting, senza ristagnare negli inciampi di To the bone e provando a dar vita ad una sorta di sophisti-elettro-pop moderno tanto personale quanto aperto a ulteriori interpretazioni, possiamo dire, con The future bites, di trovarci dinanzi ad un esperimento decisamente (e finalmente) riuscito. Cosa riserverà il passo successivo, a questo punto? Staremo a vedere molto volentieri.

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