Una top 10 per il 2020

Già in conclusione del 2019 avevamo esternato i nostri dubbi in merito alla eventuale utilità delle consuete classifiche di fine anno. E allora perché siamo ancora qui, in questo annus horribilis, a sentenziare su cosa è bello e cosa meno, cosa vale la pena elogiare e cosa conviene che continui a percorrere la propria strada privo del nostro divin consenso? Quasi sicuramente ne ripeteremo le gesta anche per le annate future finché camperemo. Ma perché? Piacere della sconfitta in partenza (per la serie: a chi vuoi che importi)? Senso di appartenenza che costringe a rientrare in una pur futile e minima cerchia di giudizi? La verità, forse, sta nel mezzo, e cioè nel continuo, irrefrenabile e inestinguibile desiderio di dire la nostra su qualcosa pro bono, attività spesso controproducente – se chi emette sentenze non dimostra un minimo di competenza o, almeno, una doverosa dose di umiltà espressiva o semplice desiderio di vedere se i propri apprezzamenti coincidono con quelli di altri – ma necessaria se non vitale per continuare a sentirci vivi in oceani di sterco autoreferenziale, realtà obsolete dalle quali, però, di tanto in tanto, estirpare qualcosa di realmente propositivo che ci permette di proseguire lungo il nostro cammino consapevoli di riuscire sempre ad essere affascinanti da qualcosa di precedentemente a noi sconosciuto.

Nel 2019 parlavamo di “vizietto per le classifiche” un po’ in stile Alta fedeltà. La libera e personale interpretazione di una simile classificazione potrebbe bastare a lasciar intuire, a chiunque voglia, la pulsione che ci spinge ad essere ancora qui a fare quello che facciamo, per il bene nostro e – si spera – di chiunque voglia contribuire a mantenere viva una immane passione che – svolta per professione o relegata a mero passatempo salvavita contro il costrittivo e straniante logorio lavorativo della vita moderna – resta viva e per sempre lo sarà.

Avvertenze: siamo ovviamente a conoscenza delle uscite 2020 (che ovviamente abbiamo apprezzato nella giusta proporzione) a nome Springsteen, Young e Dylan, almeno. Tuttavia, neanche quest’anno non rientreranno in classifica simili diamanti perché, che lo vogliate o no, come si dice, il mondo è bello perché è vario. Stranamente, di tanto in tanto, anche al di qua dei confini nazionali.

Faremo eccezione, probabilmente, solo per un supremo nome interplanetario, quindi…

10 – PEARL JAM: “Gigaton”

Per chi vi scrive i Pearl Jam sono sempre stati la band di riferimento, formativa agli esordi da ascoltatore incallito (come gran parte della scena grunge statunitense con inflessioni britanniche non di poco conto, vedi almeno Bush e Peach), altrettanto concettualmente e stilisticamente importante negli anni a venire, vale a dire sulla scia di una evoluzione tendenzialmente classic-rock di fine ’90 che ha attraversato fasi alterne per alcuni ma fondamentali per il sottoscritto. Fino a giungere ad una conformazione di culto assoluto che, per struttura dei live, impegno socio-politico e predisposizione ad esperienze esterne ugualmente formative, ha portato la band di Vedder e soci nell’olimpo interplanetario al pari dei più grandi di tutti i tempi.

Sette lunghissimi anni pieni di bootleg ufficiali (pratica che i Pearl Jam portano avanti almeno dal tour di Binaural ma che, al momento, sta prendendo una piega anche alquanto irritante per i fan dal portafogli magro grazie alla pubblicazione di registrazioni dal vivo provenienti anche dagli archivi storici del gruppo), live a destra e a manca (tra i quali si notano anche le rivendite di show in streaming, per certi versi notevole operazione di marketing, per altri punti di vista un consistente “boh”) e progetti paralleli di vario stampo, sono il tempo necessario per far credere ad una mancanza di volontà. Gigaton, dunque, dal momento del suo annuncio in poi, era un disco particolarmente atteso dal mondo intero come dallo scrivente. Al suo arrivo, il passaggio dalla sorpresa stilistica del primo singolo alla regolarizzante stabilità di quello successivo ha destato molte perplessità. Ma si tratta di un disco importante per contenuti e modalità di produzione. Approfondimento al link sul titolo.

9 – CRISTIANO GODANO: “Mi ero perso il cuore”

A proposito di sorprese ma neanche tanto. Ampiamente annunciato dal diretto interessato via social e decisamente interessante sia in qualità di esperimento in solitaria che in merito ai nomi chiamati in causa per collaborare alla produzione, la prima uscita discografica del frontman dei Marlene Kuntz a proprio nome era un passo più che doveroso (se non proprio necessario) per una personalità artistica di simile spessore. Chi lo conosce e lo segue da anni – senza cadere nell’errore di fare spallucce dinanzi alle produzioni più divergenti dall’identità primigenia della band di Cuneo – sa bene che Godano aveva già alle spalle diversi tour in giro per l’italia con sola chitarra acustica tra le mani. Eventi, tra l’altro, molto interessanti perché incentrati su una sorta di talk show dal vivo inframmezzato da versioni unplugged di brani dei Marlene perfettamente inseriti in inedite ambientazioni folk. L’atmosfera che si sarebbe potuta respirare con Mi ero perso il cuore, dunque, era già nota ai più aperti di comprendonio e ha confermato la splendidamente eterogenea indole creativa di Godano. Anche qui, approfondimento al link sul titolo.

8 – PUSCIFER: “Existencial reckoning”

Il terzo side-project del frontman dei Tool, Maynard James Keenan, tra un’annata di rosso Caduceus Cellars e i residui post-traumatici lasciati dal quel capolavoro di Fear inoculum e dall’altalenante ma interessante diramazione che fu Eat the elephant a firma A Perfect Circle, arriva nel migliore dei modi. Vale a dire in piena coerenza tematica coi tempi (vedi il singolo Apocalyptical) e col proprio stile (intriso di perfida ironia attualizzante) ma – e questo è il bello – sulla scia di un desiderio evolutivo rivolto ad una sorta di minimalismo pop elettronico (comunque già sperimentato in precedenza, incluse riesumazioni dal mai nato progetto Tapeworm) che per certi versi può stancare, mentre per altri può facilmente acquistare seguaci eventualmente interessati ad un concept che prende i personaggi interpretati nel corso degli anni (splendido il modo in cui Keenan ha sempre perculato i predicatori americani e i loro immensi danni alla plebe) e li sbatte nel pieno di un’invasione aliena. Idee, ragazzi. Idee.

7 – MOTORPSYCHO: “The all is one”

Detto, ridetto e stradetto: Bent Sæther e soci fanno letteralmente quello che vogliono, sempre e comunque. Beati loro e beati noi, dunque, se la chiusura di questa sorta di trilogia avant-prog (The tower, The crucible, The all is one) ci assale letteralmente con un’ora e mezza di rock duro ma anche, sempre e comunque da almeno una dozzina di anni, di irresistibili venature sixties e seventies di pregevolissima fattura e imponenti riferimenti.

L’enorme suite centrale parla un po’ per tutto: posta letteralmente al centro dell’album complessivo, metà alla fine del primo disco e metà all’inizio del secondo, propone ben 40 minuti di scariche adrenaliniche, pause improvvise e repentine accelerazioni, aperture psichedeliche (come di consueto in molti lavori della band norvegese) e chiusure roboanti perfettamente in grado di trasportare l’ascolto su altri pianeti. L’acquisto di Tomas Järmyr dietro le pelli ha decisamente giovato alla definitiva liberazione dell’incommensurabile estro creativo del duo Sæther/Ryan, oltre a contribuire a una resa sonora e strutturale dal vivo a dir poco tellurica.

6 – ZIDIMA: “Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare”

Il bello – e l’umanamente salvifico – del continuare, sempre e comunque ad ascoltare per davvero e scrivere di musica sta in gran parte nella sconfinata bellezza del trovarsi di fronte a richieste di ascolto per materiale precedentemente sconosciuto, giugendo, però, anche a maturare la definitiva consapevolezza che in questo sciagurato paese è sempre esistito e sempre esisterà chi ha davvero voglia di fare le cose per bene, nonostante tutto e tutto. I milano-brianzoli Zidima sono stati per lo scrivente una folgorante sorpesa. Le motivazioni sono tutte spiegate nell’approfondimento al link sul titolo.

5 – JOYELLO: “Ofidiofobia”

E a proposito di cose fatte per bene, con criterio e senso del far esistere qualcosa nella più assurda semplicità di diffusione telematica odierna, Joyello (al secolo Luciano Triolo) si conferma almeno in un’altra top ten, quella che include gente di rara e pregevole fattura, la cui predisposizione è da sempre rivolta (qui parliamo, ormai, di quasi quarant’anni di attività) al fare, sì, quello che si vuole, ma con enorme lucidità e precisione di intenti.

Incline anche a progetti sperimentali e collaborazioni altrettanto interessanti (Lameba tra le ultime), oltre che tra le fila di band di indiscutibile e assoluta bellezza (Peluqueria Hernandez in primis), Joyello ha sfornato un nuovo lavoro individuale particolarmente profondo e coinvolgente.

Oltre, per di più, ad una passione per la scrittura di indubbia utilità per il prossimo (il suo ultimo libro, Cover and over again per Crac Edizioni, solo per fare un esempio, esplora in maniera quasi rivelatrice un intero mondo creativo), Joyello nutre da sempre una considerevole abilità di estrapolare il senso più profondo di certi approcci esistenziali (per quanto estremamente personali) permettendo ai più volenterosi di avvicinarsi assieme a lui alla sostanza di certe affermazioni. Lo dimostra chiaramente – e forse ben più di alte uscite a suo nome – il nuovo Ofidiofobia. Link per approfondimento sul titolo, again.

4 – MR. BUNGLE: “The raging wrath of the easter bunny demo”

Fosse uscito su una qualunque etichetta (quindi con una produzione decente) nel lontano 1986, anno di sua pubblicazione underground su cassette improbabili rivolte a personale altrettanto indecifrabile, avremmo potuto gridare quasi al capolavoro assieme a gioielli Metallica e Slayer.

Già, perché la primissima band del signor Mike Patton (quello dei Faith No More, per intenderci, oltre che artefice di altri mille progetti, quasi tutti particolarmente interessanti) voleva proporre al mondo una commistione di thrash metal delle origini, hardcore punk e sludge simil Corrosion Of Conformity. Al suo fianco c’erano due tizi che ad ogni modo, di lì a qualche anno, avrebbero partecipato a produzioni tutt’altro che di poco conto, ovvero il chitarrista Trey Spruance (tirato dentro i Faith No More da Patton dopo la dipartita di Jim Martin) e il bassista Trevor Dunn (attivo con Patton anche in altri progetti oltre che nelle line-up più compulsive di John Zorn). Quattro cassette demo non bastarono ad attirare l’attenzione di qualche benefattore, cosa che invece accadde (toh) nel 1991, dopo che Patton divenne famoso per i suoi variegati approcci al palco come frontman perfetto per i Faith No More.

Il fatto è che ora, a più di cinquant’anni suonati, Patton – forte della sua Ipecac Recordings e delle sconfinate esperienze anche estreme – si è rotto le palle e ha voluto ri-registrare quasi filologicamente l’intera prima cassetta dell’86. Ha dunque ricostituito il trio originario e chiamato a sé altri due membri non da poco, ovvero il chitarrista Scott Ian degli Anthrax e il batterista Dave Lombardo degli Slayer (ma guarda un po’; quest’ultimo comunque già amico tra le fila dei Fantômas assieme a Dunn e Buzz Osborne dei Melvins, altra band allucinantemente zorniana) per tirare fuori una scarica di pedate al deretano con pochi pari al mondo, attualmente.

A voi lo scrivente chiede: è o non è una formazione da paura? Insomma, se apprezzate o se siete anche solo vagamente incuriositi dal genere, fate un po’ voi. Seguiranno anche gli altri demo? Speriamo di sì.

3 – MASCARA: “Questo è un uomo, questo è un palazzo”

Dell’importanza capillare di questa band lo scrivente ha parlato più e più volte dagli anni della sua formazione fino ad oggi. L’arrivo del nuovo album ha significato un ulteriore e decisivo passo in avanti quanto ad apertura concettuale e impareggiabile savoir-faire stilistico in graduale e affascinantissima evoluzione. I MasCara si confermano come una delle band più importanti che abbiamo qui in Italia. Non serve dire di più in questa sede. Link ad ampio approfondimento sul titolo.

2 – GIULIO ALDINUCCI: “Shards of distant times”

In merito al concetto di conferma, Giulio Aldinucci è la dimostrazione capostipite di un enorme fermento conterraneo rivolto a una sperimentazione sonora (in questo caso ambient-drone) che in questo suo ultimo enorme lavoro in studio esprime tutta la sua totalizzante capacità attrattiva e che, in tutta franchezza, non ha nulla da invidiare (contestualizzando, ovviamente) al pregio e all’importanza storica e comunicativa di molte pagine classiche ancora oggi portate adeguatamente in scena a prezzi sproporzionati ma valenti la candela se in mano a fini esecutori.

Aldinucci racchiude nella sua essenza autoriale quasi tutto quello che dovrebbe concorre a cesellare il modello di compositore attuale: grande attenzione per la cura e la manipolazione di suoni anche provenienti da field recordings, partiture che dalla carta trasmigrano, quanto a originarietà, in una predisposizione animistica che sperimenta ma trascina letteralmente l’ascolto verso mondi altri eppure qui, ora, presenti, da vivere e assorbire in fondamentale parallelo con le rispettive attinenze materiali. Un sottobosco (definizione attribuibile a chi non ha mai realmente dedicato un minimo di tempo a quanto è sempre esistito in terra italica) eterotopico, oltre che strutturale, che sta egregiamente reclamando i propri diritti esistenziali anche col progetto Zeugma, di cui anche Aldinucci, ovviamente, è pilastro portante.

1 – NINE INCH NAILS: “Ghosts V-VI – Together / Locusts”

Qualcuno sapeva o ha fatto anche lontanamente caso al fatto che Trent Reznor, assieme al fido Atticus Ross, ha letteralmente regalato in download gratuito non uno ma ben due nuovi album tramite il proprio sito ufficiale? Sai com’è, una volta uscito non l’ha più nominato quasi nessuno, men che meno ora che ci affanniamo tutti quanti, qui, a tirare fuori questo e quello per non mancare all’appuntamento che nessuno ci ha dato.

Ebbene, signori miei, questo doppio disco qua (concepito in ottica seriale e strumentale come i primi quattro volumi usciti nel 2008, perno di una decisiva svolta stilistica che ancora oggi regala perle su perle) è un puro e assoluto capolavoro per diversi motivi.

In primis, pur essendo in cantiere da prima, perché arriva in pieno primissimo lockdown pandemico a tirare lo sciacquone su tutte le sciagurate e fintissime produzioni di infima qualità fatte uscire alla svelta, così, di fretta e furia perché se no qua ci si dimentica di noi e poi come facciamo se non ci fanno neanche più suonare per cause di forza maggiore (e allora giù con streaming fasulli, dirette Facebook / Instagram / Zoom / StreamYard / quello che ti pare e fai passare un messaggio di speranza che se no come facciamo, poi, ad incrementare il numero di follower). E poi perché uno come Reznor non ti dirà mai che andrà tutto bene, ma ti inchioderà davanti a un’evidenza dei fatti dinanzi alla quale potrai uscirtene solo accettando la situazione e agendo di conseguenza in base a quello che sei, a ciò che hai dentro.

Così era con le prime escursioni autodistruttive, così è nel pieno della più acuta maturità artistica e concettuale sia in qualità di artista puro che di essere umano dotato di coscienza individuale (due caratteristiche che troppo spesso si dimentica di far andare adeguatamente a braccetto). Il tutto offrendoti entrambe le possibilità: puoi scegliere il bianco o il nero, puoi decidere se optare per l’oscurità o dipingere arcobaleni, puoi familiarizzare con l’implosione ossessiva o costruire la tua apertura mentale. Ma è anche vero che proprio il buio può essere catartico, costruttivo e risolutore se sai come farlo tuo, come affrontarlo e come riconoscere ciò che nell’inferno inferno può anche non essere. E dargli spazio sperimentando, certo, ma sia in termini sonori che intellettuali.

Un lavoro immenso, a cui attingere come una Bibbia nei momenti di debolezza e sconforto. Che sono tanti, ahinoi, ma devono trascorrere senza arrendevolezza, con quella razionale lucidità che, però, trae enorme spunto dal reale che è dentro di noi, intangibile ma esistente, vivo, invisibile ma rumorosamente efficace e propositivo.

Una concreta riflessione verso chi non è più tra noi.
Per il resto, buon anno a tutti.
Si spera.

2 pensieri riguardo “Una top 10 per il 2020

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