Mascara – Questo è un uomo, questo è un palazzo (Rc Waves / Artist First, 2020)

Eliza è una ragazza sola. Eliza non era sola. Eliza viveva la sua quotidianità in perfetta simbiosi con un compagno che corrispondeva apertamente il suo sterminato amore ripagandola con la medesima dose di necessarietà sia terrena che, soprattutto, spirituale.

Le giornate trascorrevano tra sorrisi, comunioni di pensiero e azione come anche tra ovvie e naturali incomprensioni, prontamente ricucite dal senso più profondo e inattaccabile di amore ultraterreno.

Tragica dipartita o graduale dissoluzione – nel corso di un tempo (cronologico e antropologico) sempre meno amico dei reciproci legami, frammentati fino all’autoannullamento e alla dissoluzione definitiva di ogni pulsione elettro-cerebrale legata alla memoria dell’altro da sé? Non è dato saperlo. Deve essere successo qualcosa di ugualmente grave, però, se adesso Eliza si affida a Golden Record, “il primo sistema al mondo in grado di recuperare le persone che ami“. E così, proprio come realmente fatto attraverso un noto strumento di salvaguardia del genere umano lanciato negli abissi più indecifrabili dell’universo, Eliza lancia il suo disco dorato nel limbo incalcolabile dei codici numerici che regolano il mondo parallelo di connessioni virtuali sempre più a stretto contatto con (quando non, ormai, in posizione generatrice rispetto a) la carne vera, quella che ricopre muscoli, contiene sangue e struttura articolazioni ormai liquefatte tra le vene di un esistere annidatosi nelle viscere di un debug.

Una condizione resa possibile, per lei, da un’evoluzione tecnologica talmente esponenziale da annullare la linea di demarcazione tra reale e ipotetico, sostanza e virtuale in eterno processo di reciproca influenza e deformazione. Inserendo nell’apposita applicazione fotografie e pensieri scritti in riferimento al suo unico obiettivo – recuperare la persona amata (ma da cosa e da dove?) attraverso un “ripristino della sua memoria” – Eliza mette a punto l’occorrente per il trasferimento dei dati in grado di riportare il sistema umano ad una configurazione precedente (rispetto a cosa e a quando?). Ad una condizione, però: una volta caricati tutti i dati richiesti dal sistema e arrivati nella sede del trasferimento fisico definitivo, non bisogna per nessuna ragione al mondo, durante il trasferimento, guardare, avvicinarsi o toccare con mano la persona sottoposta al ripristino; pena il black out, il collasso cibernetico-umanoide, la schermata blu di ogni speranza interpersonale.

Ma il desiderio di tornare a sfiorare il senso più unico e profondo dell’esistere porta Eliza a contravvenire a queste poche e semplici (ma inumane) regole. E allora problem detected. The system has been shut down. Orfeo ed Euridice a ruoli invertiti e in versione 2.0 in connubio con Eternal sunshine of the spotless mind di Michel Gondry. Mai voltarsi indietro, mai rimanere ancorati a foto ricordo che svaniscono in cumuli di dischi rigidi. Farsi forza e guardare avanti, sempre e comunque, con la sostanza della memoria umana generatrice di futuro. Nonostante il dolore. Nonostante tutto.

È sostanzialmente questa la conformazione della storia che – per tramite di una splendida narrazione parallela partorita attraverso immagini e parole scritte (nelle sembianze di post di Facebook e Instagram) con culmine nel video ufficiale del bellissimo nuovo singolo, Carne & pixel, che nasconde anche un indizio per ulteriori contenuti raggiungibili tramite il sito ufficiale della band – arriva a fare da base alle eterogenee considerazioni espresse dagli splendidi brani che compongono Questo è un uomo, questo è un palazzo, nuovo attesissimo album dei varesini MasCara, a noi tanto cari in quanto detentori di una rara sostanza universale e di una innata capacità di espressione per concetti e opinioni solo apparentemente alla portata di utente, nella realtà dei fatti di difficilissima gestione priva di carenze di tatto e comunicabilità.

Questo è un uomo, questo è un palazzo – come, tra l’altro, nessuna delle opere a firma MasCara ma questa ancor più delle altre – non è affatto un disco da prendere alla leggera ma una grande opera crossmediale sia in termini di fruizione che di contenuto. Se era possibile ampliare ulteriormente il raggio d’azione sonoro in funzione di una ancora maggiore divulgazione di senso, qui la missione è senza dubbio compiuta, anche se si tratta di qualcosa che non pone necessariamente un punto ma lascia aperto, per forza di cose, ogni discorso possibile sulla base delle carte calate in tavola. Carte complesse tra le mani del ricettore – cui spetta il fondamentale compito di rigiocarle a proprio tornaconto generazionale – ma di respiro enorme, ermetiche ma al contempo vitali, enormemente stratificate ma non per questo inavvicinabili. Anzi. Un’opera come Questo è un uomo, questo è un palazzo chiede a gran voce di essere scandagliata nel profondo, tanto in termini di album discografico quanto sotto forma di esperienza.

Ecco: esperienza è la definizione adatta. Questo è un uomo, questo è un palazzo è un’esperienza sensoriale, sicuramente ideologica ma anche ascetica (il fantasma concettuale di John Coltrane osserva perplesso alcuni angoli di volontario vuoto concretista) nel suo farsi traduzione contemporanea irrimediabilmente perfetta di ansie e paure millenarie, suprema (per l’appunto) traslitterazione di un vissuto contemporaneo terribilmente aleatorio perché assimilato come disagio irreversibile da chi non accetta di crollare sotto la scure di una modernità che ha lasciato indietro troppi elementi importanti per guadagnare il diritto di farsi concretamente futuro.

Dal punto di vista sia emotivo che sonoro, Questo è un uomo, questo è un palazzo, per i MasCara, è il disco della maturità assoluta e della consacrazione definitiva a band di riferimento per chi al risveglio, ogni sacrosanta mattina, percepisce quelle leggerissime spine di insicurezza, maturando gradualmente l’inestinguibile bisogno di un sostegno che lo aiuti a riacquistare l’innata capacità di guardarsi dentro e alzarsi dal letto “col piede sinistro, quello giusto” (verso tratto da un brano scelto assieme ad altri sampler citazionisti disseminati nel corso dell’opera ed estremamente importanti ad incrementare la dose di senso già ai massimi livelli universali).

Questo è un uomo, questo è un palazzo e i MasCara sono, in tal senso (qualora non fosse ancora chiaro), i coetanei punti di riferimento per un’intera generazione perché pienamente in grado, meglio di chiunque altro, di tradurre in comunicazione sensoriale tutta una interminabile serie di sensazioni umane che covano da almeno due decenni e attendono solo di poter essere delineate.

Proprio come l’esordio sulla lunga distanza (Tutti usciamo di casa del 2012) prendeva per mano post-adolescenza e principio di età adulta per condurle in un universo privo di illusioni ma denso di senso e di valori, lasciando al successivo Lupi (2014) il compito di comprenderne le contraddizioni e le storture realizzative, Questo è un uomo, questo è un palazzo aiuta l’interlocutore a destreggiarsi nell’inspiegabile limbo generato dalla contrapposizione (e non complementarità evolutiva, purtroppo) forzata e drammaticamente mediata di reale e virtuale, senso e ipotesi, comprensione e distacco alienato.

Non è un caso se si riparte dall’evocazione di quel “palazzo proprio al centro dei ricordi” descritto nella splendida Le città da costruire (da Tutti usciamo di casa), perché ciò che era “terra nuda ed indifesa” è diventato campo fertile per retargeting da social network, mentre momenti mai vissuti sono stati trasformati in ricordi fittizi generanti malinconie di tempi mai trascorsi. Il contesto, ora, è traumaticamente opposto rispetto a quello delineato in origine, caratteristica perfettamente evidenziata da una struttura sonora che, nel corso di un’intera discografia, si fa sempre più apparentemente asettica ma, nella realtà (termine da utilizzare con attenzione e non a caso), enormemente densa di dettagli e sottostrutture di importanza comunicativa capillare. Se non è possibile, insomma, parlare senza mezzi termini nell’epoca del consumo subliminale indotto, allora forse conviene lanciare il messaggio con gli stessi mezzi del persecutore, cioè attraverso costruzioni timbriche efficacemente ricettive ma veicolanti enormità contenutistiche da far attecchire nel corso del tempo, ascolto dopo ascolto.

Per quanto orfani delle certosine architetture sonore provenienti dalle strutturazioni elettroniche di Simone Scardoni (che ha intrapeso interessanti vie di sviluppo sonico col progetto Modulaar), Lucantonio Fusaro, Claudio Piperissa, Marco Piscitiello e Nicholas Negri riescono a dare vita ad un lavoro complesso ma accattivante, estremamente denso ma sorprendentemente diretto, oscuro ma (proprio per questo) affascinante nel suo incedere per opposti, per contraddizioni, decisivamente in grado di sedimentare in mente e corpo anche in assenza di predisposizione volenterosa e, così facendo, capace di far germogliare nel tempo i frutti di un rinascimento cerebrale che tarda ad arrivare.

In Questo è un uomo, questo è un palazzo l’evoluzione vocale di Fusaro è spaventosa, come sontuosa e certosina – e non potrebbe essere altrimenti – ancora più di prima, è la cura per gli arrangiamenti in una crescita autoproduttiva davvero senza limiti né confini, perfettamente in grado di inglobare praticamente tutto (inflessioni cantautorali, pop, rock, blues, cenni jazz, macigni elettronici).

La doppia natura di Scorpioni, il brano di avvio, propone un’apertura di sipario sulla scia di un simil-blues dal suono volutamente freddo e metodico in aperto (e dirompente) contrasto con la sua metà oscura dark-elettro-pop, quasi a suggerire proprio quel concetto di dualità 2.0 (virtuale vs reale) su cui ruotano tutte le tematiche portanti dell’opera, anche se su stratificazioni diverse.

Carne & Pixel riporta in auge il bisogno di epicità esistenziale (sia nel suono che nelle intenzioni contenutistiche) nel freddo limbo delle meta-coscienze finto-moderne (“Sono un vetro scheggiato che non risponde più a niente / Una domanda per il santo Google: dimmi chi sono”) e subito emerge, tra le didascalie del pentagramma, anche l’elemento fiatistico (splendido il lavoro del Milano Saxophone Quartet) a tinteggiare di umano e glissato ciò che vorrebbe essere aritmetico e scaglionato.

Divina – azione prosegue egregiamente il discorso il cui nucleo trae fondamento da emozioni rese inaccessibili per un passaggio di consegne che non sia solo l’ennesimo e sterile tentativo di recupero salvifico eternamente annunciato e mai tradotto in qualcosa di diverso da un codice binario (“Ma tu copriti il viso / Con un filtro di Instagram”), mentre in Motherboard si definisce corposamente il limite di ogni sopportazione parallelamente temporale per ridare spazio, fin dove possibile, a una parvenza di distinzione fra reale e fittizio (“Il mio amore non è riducibile / Ad un solo ricordo / Che si va perdendo / Nelle memorie esterne”), avvolgendo l’udito con suoni reali sempre filtrati ma scalpitanti dietro il plexiglass della ragione (emblematica, in questo, è la narrazione offerta dal video ufficiale del brano).

22 + 1 (My love song supreme), se spogliata del bypass electro che la conforma (giustamente) al resto dell’opera, tocca pregevoli vette gospel e R&B di fondamentale importanza per mantenere sempre viva l’attenzione sulla permanenza delle emozioni malgrado la loro traslitterazione dal corpo umano alla sua stessa frequenza di campionamento, mentre ciò che resta di spirituale (non è un caso, dunque, lo stile prescelto) viene reso ancora più irraggiungibile da una virtualità che rifiuta di essere complemento del reale per farsi vuoto del reale, assenza totale di elevazione (lo spettro di Coltrane è sempre là ad invocare purezza e genuinità).

La tetra oscurità post-wave di Glitch, dal canto suo,scava parallelamente nel profondo dei residui affetti per riflettere a fondo sulle formattazioni umane basate sull’eliminazione di ogni visione mnemonica dal database dei ricordi (ma dove finiscono i file dopo lo svuotamento del cestino? Esiste un iperuranio delle emozioni digitalizzate?) mentre, di pari passo seppur in veste ben più docile e delicata, Gospel per pionieri pone quesiti sulla effettiva possibilità di assimilare questa forzata concezione sensual-pseudo-modernista per estrapolarne un possibile spiraglio di sopravvivenza umanoide (“Però se muoio / Al cimitero / Ci voglio un monitor con tutti i giorni più belli”), salvo poi perdere la guerra sotto la scure della sostanza che si rassegna all’apparenza (“Cos’è un corpo? / È una massa nel vuoto / Che si sgrana quando ti avvicini con Photoshop?”, intona Heavy soul e azzeccatissimo è anche il sampler dal repertorio del Teatro degli Orrori), con contorno di desideri di dovuta riappropriazione di brandelli di unicità (Domino) e ninnananne al senso di appartenenza ad un Io dissolto nel limbo delle rappresentazioni (Shortcuts), mentre nel mondo reale tutto resta aggrappato con unghie e denti a una carnalità delle percezioni che viva è e sostanziosa resterà per sempre in chi davvero lo vuole, malgrado le incongruenze con quanto richiesto dal vivere interconnesso, contro ogni forma di ricostruzione coatta e abusiva sulle ceneri di una convivenza forzata che potrebbe anche non aver annientano, in fin dei conti, ogni respiro pulsante sotto una carne ancora non del tutto sconfitta (L’arte di correre)

Il senso nei dettagli, l’armonia tra le dissonanze, la possenza di un tutto che non cede mai ad una soddisfazione catchy perché definitivamente protesa verso universi di senso talmente perfetti da sedimentare e germogliare nell’inconscio di esseri assuefatti allo sterminio della meraviglia e delle riflessioni.

Narrativamente nulla si dispiega alla comune barbarie delle delucidazioni a buon mercato. Tutto si suggerisce. Ed è questo il punto. È proprio questo il potere segreto richiesto dal gioco: l’attenzione tesa alla comprensione, questa moderna sconosciuta.

Che meraviglia.

Quanta intelligenza, quanta lungimiranza.

Quanto cuore.

Quanto respiro.

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