Joyello – Ofidiofobia (Kutmusic, 2020)

Dalle più grandi paure possono nascere le migliori consapevolezze a patto di sapersi guardare allo specchio, di saper scorgere il riflesso dell’anima vecchia che trapassa in quella nuova, il raggio verde delle proprie competenze extrasensoriali, l’ora del lupo in cui muoiono e vengono a nuova luce le più decisive e irreversibili catarsi emotive, gli incubi più vividi che, proprio in quanto tali, chiamano a raccolta una selezione di reali percezioni per tramutarle in definitiva costruzione intellettuale di uno o più mondi in uno.

Oltre alla musica – ça va sans dire – sono corposamente anche questi gli aspetti che fanno di Ofidiofobia, il nuovo album solista di Joyello (al secolo Luciano Triolo), un lavoro denso di magnificenza sia concettuale che sonoramente intuitiva.

Artista (da sempre) estremamente poliedrico, agilmente capace di passare da esperienze synth-dark-wave (Morrowyellow) al punk rock simil-demenziale (Le madri della psicanalisi), dal pop elettronico più raffinato e sofisticatamente arguto (RADAR) ai mariachi meravigliosamente travestiti da balere infettate dal miglior morriconismo possibile (Peluqueria Hernandez), fino alle sperimentazioni drone-ambient e acusmatiche in collaborazione con Lameba, nella sua versione solitaria (dopo un periodo di escursioni nel puro formato canzone di cui, nelle vesti di esperto critico e analista, ha espresso pregevoli ideologie anche nel campo della saggistica) Joyello è uno sperimentatore indefesso di suoni ex novo e manipolazioni elettroacustiche. Lo dimostrano a chiare lettere bagagli come Akusmatikoi (2009), sontuosa opera di ricerca e riproposizione per tecniche di acquisizione e manipolazione sonora degne dei principali maestri da centro di fonologia, estremizzate sulla scia di autoimposti dogmi di disciplina rigenerativa (il riferimento alla scuola di Schaeffer in Cinquanta esercizi di pop concreto del 2005, come anche il perfezionismo metrico riversato nell’ossessione per il tempo di 2′ del 2009 che trasmigra verso i soundscape di :(copy)(stop) – un operachi electroniqa en six muvementz del 2007, solo per dirne qualcuna).

Ofidiofobia (licenziato da Kutmusic ad inizio Luglio 2020 ma già in cantiere da diverso tempo) è un rito di passaggio che parte (sia artisticamente che concettualmente) dalla constatazione di un dolore (sia esso di momentanea induzione orrorifica o di psicologica inoculazione esistenziale), attraversa la melancholia del coraggio di guardarsi dentro e giunge, come approdo (comunque mai definitivo), sulle sponde di una nuova consapevolezza che si mostra al riflesso condizionato dell’esistere come punto di nuova partenza, come possibile ulteriore via di sviluppo spirituale e, per diretta conseguenza, di materiale approccio con ciò che costituisce una individuale parvenza di mondo esterno.

Cadere e rialzarsi, perdersi e ritrovarsi smembrati e diversi, morire e rinascere a nuova luce intellettuale e spirituale, ammettere a sé stessi le proprie debolezze per aprire gli spazi (sonori e umanamente immateriali) per affrontare le paure di sempre con la forza (ma anche il peso sostanziale) della maturità delle forze dell’uomo Luciano e delle opere dell’artista Joyello.

Il punto di partenza, per l’appunto, è la fobia dei rettili come nesso argomentativo che consente di posizionare l’ascolto su un preciso piedistallo emotivo. Poi, però, è lo sviluppo di tecniche produttive e l’esperienza polistrumentistica (ce n’è per tastiere midi, collage, voce, laptop, theremin, iPad e altre diavolerie) a subentrare in favore di un’evoluzione sonora e percettiva che si fa pura narrazione per immagini auditive, fino a diventare ciclo esistenziale che nulla distrugge ma tutto trasforma, a meno che non si rivolga lo sguardo alle proprie spalle in memoria di sé (dando inizio ad un nuovo ascolto, per esempio).

Per questo i campionamenti biologici iniziali a cavallo di atmosfere carpenteriane (Crotalineare) confluiscono in stati di alterazione cognitiva sedati da cicli di impulsività umanoidi (Hypnoanalys) che vanno alla ricerca definitiva, forse terminale, di oscure alterità da dissezionare (Caroselloselasma – Il Dio serpente), mentre ascensioni di minimalismo ipotrofico (Abacavir Eublepharidae) convergono in bordoni di contaminazione dissociativa di personalità e rumorosità interiori (Mixcoitlus, Natrix-Matrix) e partono alla ricerca di divergenti purgatori in non luoghi “aeroportuali” (Zugorum Preparato) dai tratti mefistofelici (La terra aveva un cuore di pietra), per poi esplodere a nuova vita nei dancefloor di un altro da sé in realtà vivo e vegeto da tempo immemore (lo scontro frontale tra Underworld e chillout music da mix tape della titletrack).

Tra i dischi dell’anno e forse anche qualcosa in più.

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