Pearl Jam – Gigaton (Republic Records, 2020)

Chiariamolo subito: Gigaton non è un disco brutto, come qualcuno già sosteneva all’uscita dei primissimi suoni sulla rete. Non è un disco brutto, affatto. Ha solo un problema: difficilmente si nutre il desiderio di ascoltarlo per una seconda volta, sia per piacere che per dovere. Quindi non è neanche bellissimo e, per questa affermazione, vale la medesima motivazione di cui prima. E perché difficilmente si nutre il desiderio di riascoltarlo? Perché non cala in tavola niente di particolarmente appetitoso, anzi propone anche un paio di passaggi che sanno di scolpito su misura quando non proprio di potenziale eccessiva ispirazione altrui (non di plagio, per cortesia, non scherziamo; vuoi che Vedder e soci non sappiano scrivere buone canzoni?).

Si fa un po’ fatica a riascoltarlo perché sembra essere – magari il tempo ci smentirà, ma in tanti stiamo nutrendo qualche dubbio in merito – un disco ordinario, conforme alla regola pur in una condizione produttiva – autoimposta – di assenza di regole (chiedere a mr. Josh Evans producer, che ha segmentato le sessioni di registrazione evitando, di fatto, un qualsivoglia – pare – scampolo di presa diretta ma tant’è, poco importa).

Ma è proprio questo il punto: cosa, esattamente, sarebbe lecito chiedere a una band come quella dei Pearl Jam, con più di trent’anni sul groppone e con già in saccoccia diversi capolavori veri e propri (Ten, Vs e Vitalogy, certo, ma arriviamo pure fino a Binaural passando inevitabilmente per i giri di boa No code e Yield, che non fa mai male)?

Gigaton non ha brani brutti (i Pearl Jam non faranno mai e poi mai un disco veramente brutto, sappiatelo) ma solo diversi elementi non meglio delineati, frammentari, dissezionati ma non adeguatamente ricostruiti se non attraverso un canone metrico che avrebbe avuto tutto il diritto di espatriare verso destinazione incerta, ma con un criterio ben diverso dalla sola selezione di suoni di contorno che sarebbe stato meglio sfruttare, forse, come cardine compositivo, invece di lasciare sempre libero il passaggio alla più ordinaria forma canzone (sia essa rock, punk, garage o folk-acustico-springsteeniana).

Insomma: sperimentare, please. Ma, d’altra parte, lo sappiamo bene, anche se un po’ speravamo il contrario: i Pearl Jam del dopo Binaural sono, magari, più inclini a modalità di fissazione del suono su supporto che verso particolari evasioni stilistiche, memori ma non più attiviste per scampoli disseminati nelle tracklist di una manciata di vecchi album (prendi, ad esempio, Push me, pull me da Yield, I’m open da No code, facciamo pure Hey Foxymophandlemama, That’s Me da Vitalogy, tanto per gradire).

I Pearl Jam, da vent’anni ormai, sono una band puramente rock con una dimensione live che sostiene tutto il pacchetto azionario. Tendenzialmente non avrebbero nemmeno più bisogno di tirare fuori album (né in studio né dal vivo) se non per portare avanti la baracca. Certo, detto così non rende giustizia, ma il discorso è più o meno questo.

Gigaton, nella fattispecie, è un album che si ascolta molto volentieri e coinvolge anche sufficientemente come qualsiasi altra produzione della band di Seattle. Poi lo si toglie dal giradischi o dal lettore e lo si ripone sugli scaffali a completare la discografia stracolma anche di sterminati 45 giri e mini-cd. Manca solo il desiderio di ritornarci su, tutto qui. È un disco come un altro che rischia di essere moderatamente interessante come i precedenti due o tre lavori.

Peccato, per una band che può veramente fare quello che vuole. La deduzione, allora, è automatica: evidentemente non vuole. E va bene così, è la linea scelta da qui all’eternità e va rispettata. Non condivisa, questo sì, ma rispettata. Il mondo musicale, d’altra parte, non manca di svariati esperimenti interessanti a cui attingere.

Quanto ai tasselli che compongono Gigaton, un coinvolgimento maggiore sicuramente proviene dall’incipit schitarrante di Who ever said e Superblood wolfmoon, dal groove di Quick escape (al netto delle – chiamiamole – “citazioni” Bjork e Nirvana di cui chiunque, in queste ore, sta sputando peste e corna), dal simil-punk-garage di Never destination o dal buon dispari soundgardeniano di Take the long way.

La speranza di un album diverso (non importa come, ma diverso) ce l’aveva data Dance of the clairvoyants, oggettivamente – a medio/lungo termine – un ottimo brano, ricco di spunti interessanti e potenzialmente lungimiranti, in parte disattesi dal taglio folk di Buckle up e dall’ultimo trittico di (pur buone) ballad vedderiane Comes than goes (pensiero a Cornell?), Retrograde e River cross.

Una più che doverosa nota di merito va al lavoro svolto da Vedder sui testi, carichi di rancore, spesso di rabbia ma anche di inequivocabilmente lucida lettura critico-analitica dei tempi che corrono (anzi, proprio in questo senso le liriche impattano in maniera ancora più raggelante).

Ma una nota di merito va anche al buon lavoro di chitarre svolto dal sempre solidissimo duo McCready/Gossard, forse qui più affiatato che nelle due precedenti esperienze discografiche.

Nel complesso, però, come già detto, niente di particolarmente fresco all’orizzonte, solo spunti fugaci che non provano a sedimentare o, quantomeno, a lanciare qualche seme in un campo sempre ben arato ma con pochi nuovi frutti.

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