Ivy Garden of the Desert: Docile, Blood is love, I ate of the plant and it was good (Nasoni Records 2011, 2012, 2013)

C’è musica e musica. O meglio: ci sono modi di scrivere, suonare e recepire certe cose così come ce ne sono tanti altri, spesso meno attinenti al giusto sostentamento di bisogni uditivi primari. Di cosa ha più bisogno l’orecchio appassionato e sostanzialmente onnivoro? Ricerca, ruvidità, sperimentazione, senso del nuovo? Tranquillità, pacatezza, armoniosità? Melodia, sensibilità? Ritmo, graniticità? Esiste, oggi, qualcosa o qualcuno, qui e ora, capace di unire un po’ tutte queste sfumature, o almeno la maggior parte di esse?

Gli esempi qualitativi, nel paese delle “meraviglie” in cui viviamo, non mancano. Anzi, non sono mai mancati. Basta cercarli perché, purtroppo, non sono alla portata di tutti in un contesto in cui si continua a sprofondare verso livelli abissali riservati a una certa stirpe (ahinoi tutt’altro che clandestina) di consumatori. Bisogna cercare, rovistare, spulciare e sudare per arrivare fino a Treviso e imbattersi in una band come quella che risponde al nome di Ivy Garden Of The Desert.

Gli esempi, dicevamo, ci sono. O almeno c’erano, dal momento che, almeno io, dopo averne fatto la conoscenza a suo tempo, e dopo esserci stato in contatto per un certo periodo, non riesco più a trovarne traccia. L’ultima impronta è un ep del 2015, LIMEN. Ma i dischi a cui sono affezionato io sono i primi tre. Tre EP, per la precisione, e tutti di una potenza e di una perizia tecnica e stilistica da far venire i brividi.

La cosiddetta scena underground ci ha abituato da diversi decenni a produzioni quasi nascoste eppure tanto cariche di energiacreatività e spirito combattivo da assalire senza pietà l’orecchio e l’animo di quell’ignaro ascoltatore capitato per caso tra i solchi di un sound che, magari, non credeva possibile, o quantomeno sopravvissuto. Il Veneto/Friuli è una terra che di frutti gustosi ne ha prodotti eccome, eppure gente come One Dimensional Man, Teatro Degli Orrori (che poi sono la stessa gente), Tre Allegri Ragazzi Morti, Valentina Dorme, Ojm e chi più ne ha più ne metta, non sono mai riusciti a balzare sulle bocche dell’opinione pubblica se non in tempi recenti, per quanto è comunque vero che…sì, insomma…meglio tardi che mai.

Ma nel Veneto più sotterraneo (come nella Campania dei Tombosley, la Puglia degli ex That’s All Folks e un po’ tutto lo stivale delle compilation Desert sounds), precisamente nella trevigiana Montebelluna, pulsano (o pulsavano, per i motivi di cui sopra) tellurici individui quali Diego Bizzaro (voce, chitarra), Paolo Martini (basso) e Alexander Puntel (batteria), figli naturali di Kyuss, Queens Of The Stone Age, Fu Manchu e Motorpsycho, ma anche di Alice In Chains, Dead Meadow o Amplifier per certi aspetti più consoni ad ampiezze sonore di matrice Black Sabbath e derivati.

Se è vero, insomma, che le note sono sette e che in natura nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, gli Ivy Garden Of The Desert, in almeno tre semi-dischi, sono riusciti a fare di stonerdoomsludge e aperture psichedeliche un’unica e rivitalizzante insaponata neo-crossover ben condita con ulteriori e notevolissime escursioni sperimentali. Contaminazione, dunque, ma anche tanta personalità insita in un muro di suono compatto, graffiante ma, al contempo inebriante, caldo e avvolgente.

«La nostra prima trilogia di EP cerca, in qualche modo, di parlare di noi stessi come esseri umani», mi spiegò Bizzaro dalle parti del 2013 o 2014. «Il concetto di riservatezza introspettiva, la sostanza della furia più aggressiva e il senso di devozione che animi sensibili provano in automatico verso chi lo merita sono la base di ogni discorso sviluppato, tanto a parole quanto, soprattutto, nella scelta di suono».

Può sembrare un eccesso di stravaganza autoreferenziale il voler pianificare fin da subito, a pochi giri dalla nascita, il valore di una trilogia ai limiti del concept più ermetico e profondo, passando per un miscuglio di generi, in definitiva, non molto propensi al dispiegamento di compresenze sonore su medesimo supporto. E invece è proprio questa lungimiranza creativa che manca a troppi soggetti e che, in rimedio, non tarda a farsi caratteristica fondamentale per gli Ivy. Il potere dell’idea, la forza della convinzione delle proprie argomentazioni è il nucleo portante di qualunque costruzione di consapevolezza, orgoglio e talento espressivo.

Questo è tutto ciò che appare fin dalle prime battute degli esordi di Docile (2011), il primo della serie di dischi incisi, anche (e soprattutto) in vinile, per la Nasoni Records. Parlare di sé stessi, si diceva. A cominciare dall’aura di riservatezza, per la precisione, in particolar modo quella che coincide col carattere delle quattro corde di Martini. Non è un caso, quindi, se i primi sussulti sono riservati al suo delay nell’incipit di Ivy pt I, apertura psichedelica e oscura tendente alle incursioni doom del suo procedere verso l’introspezione funerea degli 11 minuti di una Enchanting odyssey ferrea nel suo consolidare il wall of sound marcatamente stoner. 11 sono i minuti che vengono riservati anche ad I, pura scarica di watt mista a sapiente scelta di note mai ripetitive nel loro alternarsi fra soluzioni semplici e ritmiche essenziali, eppure raramente così mirate ed efficaci. Sorprendente, invece, è l’incedere monocorde semi-acustico di Hang glider, con tanto di archi (spettro Anathema di Alternative 4) e percussioni tribali (scuola Tool?) a suggellare una sorta di implicito inno di elevazione spirituale.

Parlavamo, però, di wattaggio, prerogativa principale soprattutto del secondo capitolo della trilogia in questione, Blood is love (2012), disco di una potenza impressionante, non a caso dedicata alla furia caratteriale delle pelli di Andrea Dal Broi, predecessore del non meno furente (anzi) Alexander Puntel. E proprio le “stick” legnose contano i “quattro” per la devastante apertura di Viscera, tassello di purissima infuenza Kyuss da Welcome to Sky Valley (1994) su cui, però, la calda e vedderiana voce di Bizzaro regna al fianco di ritmiche ancora più serrate ed eterogenee, confluenti negli infatuanti breakdown di A golden rod for this virgin e nelle disparità di Weasels in poultry pen. Tarli più spiccatamente doom aprono, invece, una Ghost station delirante e ossessiva, giusto preambolo alle sfaccettature lievemente più grunge (anche se mai più di tanto) di 1991, fino alle atmosfere plumbee e rarefatte dei dieci minuti finali riservati alle aperture dei fuzz di Glicine, probabilmente tra i migliori esempi hard-psichedelici contemporanei.

Per quanto riguarda il 2013, invece, si tratta del giro di boa dedicato ad un I ate of the plant and it was good di fondamentale importanza ai fini della comprensione sostanziale dell’essenza basilare degli Ivy Of The Garden. Sperimentazione e ulteriore contaminazione di generi più o meno concordanti sono il pilastro portante di brani rivolti, stavolta, al senso di devozione verso i meritevoli, prerogativa di cui si attribuisce le responsabilità il timbro vocale di Bizzaro che, anche qui non a caso, precede di mezzo attimo il resto della ciurma per l’avvio delle vibranti ostilità attribuibili ai complessi intrecci di corde e stili (a tratti si riscontra anche una certa etica orientaleggiante) riscontrabili in Deeper than deep. Ulteriori e sempre più importanti ai fini del pathos complessivo sono i repentini smarcamenti ritmici meglio riscontrabili nel brano che concede il titolo all’album forse meglio curato del trittico preso in esame, così come nelle aperture melodiche gravi di Ohcysprotom presto assorbite dalle dilatazioni della ritrovata Hang glider (dichiarata come versione malefica, ma tutt’altro che secondaria, dell’omonimo frammento contenuto in Docile; la differenza è notevole, ma proprio questo continuo superare sé stessi è il sublime che la mente di questi signori sprigiona), fino all’enfasi psych-space di Ivy pt II, perfetta chiusura di un cerchio mai veramente cerchio, semmai ellissi o, meglio, spirale vorticosa verso il limbo psicotropo di una realtà smontata, ricontestualizzata e ricostruita secondo intenzioni ben precise e divergenti da pratiche comuni.

Il consiglio è quello di avvicinarsi con grandissimo spirito di curiosità (non senza aver prima rispolverato, però, qualche anfratto di già disseminate citazioni ai fini di una più netta comprensione delle specifiche deviazioni) a questi tre incorruttibili pilastri di puro granito e ferocia sonica.

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