Loris Dalì – Gekrisi (Autoproduzione, 2017)

Una larga fetta di artisti appartenenti alle nuove generazioni ha in comune un atteggiamento non propriamente definibile come consono a certe aspettative, giusto o quantomeno appropriato alla reale conformazione del substrato globale che circonda le loro stesse esistenze: quasi nessuno di loro predilige la stesura di testi dotati di un senso ben preciso e profondo; molti di loro considerano il dato verbale di una canzone come qualcosa di utile ad amplificare il quoziente di eventuale divertimento fine a sé stesso su minuscoli palcoscenici di locali dove solo uno su mille ce la fa a prestare una sufficiente percentuale di attenzione a quanto accade sul legno situato sul fondo della sala. Menomale, però, che a tappare questi innumerevoli buchi, di tanto in tanto, arriva qualcuno leggermente più in avanti di età ma indispensabile a far rivolgere nuovamente uno spiraglio di considerazione alla concreta utilità che si annida nella struttura di una vera canzone. Questo qualcuno, almeno per il caso in questione, si chiama Loris Dalì.

Cantautore di origine piemontese ma forte di una mentalità estremamente aperta a qualsivoglia tipologia di acquisizione culturale e, forse, anche un po’ ideologica, Loris Dalì rappresenta una boccata d’ossigeno in quanto possibile punto fermo per chi si è ormai lasciato andare a crisi di identità o depressioni morali causate dalla forza maggiore dell’effettiva assenza di linee guida generazionali, gravissima lacuna che ha riportato i più duri di animo a guardare a padri fondatori di generi o storiche figure intellettuali non più assimilabili da una realtà sciagurata e più bisognosa di Whatsapp che di un’appartenenza politica o relativa a una determinata stratificazione sociale.

Attraverso le dodici splendide canzoni che costruiscono un album (il suo secondo) di elevatissimo interesse culturale come Gekrisi, Loris Dalì riesce, con grande saggezza individuale, a utilizzare il genere folk al meglio delle sue possibilità primigenie: proprio dalla più profonda disillusione generazionale tricolore nasce il più puro e potente desiderio di adoperare sé stessi in funzione di un tentativo di risveglio collettivo, operazione tutt’altro che semplice ma nobile nel suo continuo tentativo di porre al centro di ogni attenzione tutto ciò che – in un passato nemmeno troppo lontano – costituiva il fulcro di ogni discorso avviato verso ignote ma corpose destinazioni.

Loris Dalì guarda alle sue spalle con una perizia e una capacità premonitrice di certo non inferiore a quella detenuta da più blasonati nomi appartenenti al genere preso in esame, anzi prosecutori di esso con forme e scopi magari non precisi ma direzionati verso orizzonti di senso alti e irraggiungibili senza un’adeguata attenzione al reale più profondo e umanamente inesprimibile (Bob Dylan in primis). Questo sguardo lucido, attento, preciso, sarcastico ma digrignato con la più giusta cattiveria tipica dei veri rocker, consente a Loris Dalì di spaziare fra tutte le argomentazioni sempre meno in voga in un’attualità artistica che ha fatto del suo stesso esistere una sorta di fenomeno da baraccone. Nel fare questo, le architetture sonore da lui prescelte nella costruzione di un album come Gekrisi sono solo in apparenza avvezze a una semplicità strutturale prossima a un certo minimalismo strumentale. Nella realtà dei fatti, Gekrisi è un album che sfrutta proprio questa parvenza di nudità per parlare a quozienti intellettivi scarnificati e, al contempo, mettere a nudo le loro inadempienze sia etiche che pratiche, spogliandole delle maschere di finta tranquillità e serenità per restituirle a un corpus omogeneo di rabbia interiore mista a saggezza intellettuale assolutamente necessario in un periodo storico così denso di veli di Maya.

Se è possibile trovare similitudini sonore in nomi noti della scena nostrana contemporanea (Capossela, Mannarino, in piccola parte anche De Gregori), non è consueto riscontrare in essi una simile efficacia contenutistica capace di ergersi a possibile pilastro ideologico per appartenenti alla generazione attuale con conseguenti derivati sociali. In Gekrisi vengono affrontati praticamente tutti i nuclei negativi di una nazione allo sbando, pur senza rinunciare a probabili vie d’uscita caratteriali. Il folk acustico semplice e minimalista ma, al contempo, molto accurato e affilato di cui si serve l’album viaggia tra sonorità sonorità spagnoleggianti (Aldilà) e spunti blues in piena consonanza con le argomentazioni trattate (la disillusione nei confronti del mondo del lavoro e della condizione socio-antropologica nostrana della title track Gekrisi) per poi sfociare in notevoli incursioni swing che fanno dell’ironia il proprio motore sia tematico che musicalmente strutturale (Jack Risi), predisposizione che costruisce scelte vocali orientate a sostituire strumenti non presenti come non presente è la sostanza perduta delle ideologie narrate (Altri tempi). Con l’andamento tropicale di Una canzone d’amor prende forma una riflessione su un eventuale senso da attribuire alla creazione musicale edulcorata con tanto di citazioni altisonanti, mentre si torna a fare il verso alla crisi di identità culturale con i fiati di Curriculum immediatamente controbilanciati dalla costernante serietà di Migrante (forse uno dei momenti più sentiti e ricchi di nobiltà d’animo dell’intero lavoro), seguita dal vero e proprio inno generazionale cabarettistico di 40 anni, dal metalinguaggio di una Tensione che traduce il titolo in arrangiamento e dalla declamazione della triste vita moderna che fa uso del formato ballata per mettere in guardia da desideri occasionali che rischiano di trasformarsi in ossessioni o forme depressive (Un tango qualunque). La chiusura di un album come Gekrisi, infine, non poteva che essere affidata, in pura situazione folk, a un’inflessione meridionalista perfettamente in linea con le intenzioni contenutistiche tipiche della cantata popolare esorcizzante (Sant’Antonio), seguita dal reprise metalinguistico di 3 accordi, fischio e delay.

Per farla breve, in definitiva, una cosa – tra le altre cento, nel suo caso – è certa: Loris Dalì è uno dei rarissimi cantautori italiani contemporanei a non farsela addosso sorridendo come un idiota nel parlare di non-argomenti da pub universitario. Per questo e per tanto altro, dunque, lunga vita a Loris Dalì.

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