Nomadi – La settima onda (CGD East West, 1994)

Quando ero un ragazzino, ero un nomade. Non nel senso letterale del termine, ovviamente. Intendo dire che facevo parte di una schiera di appassionati fan dei Nomadi, la storica band italiana che, l’anno scorso, ha festeggiato nientemeno che 55 anni di attività (certo, di quelli che c’erano all’inizio ne è rimasto solo uno ma non è questo che conta).

Li ho persi di vista da molti anni – almeno una quindicina o forse anche più – ma sai com’è, si cresce, si matura e, se ci si appassiona alla musica in senso veramente globale, si sviluppa un diverso orecchio e si passano in rassegna mille altri ascolti, meglio ancora se aderenti a mille generi diversi.

Ma ogni tanto la mente viaggia a ritroso verso giorni estivi trascorsi steso in terra con la radiolina a cassette costretta a consumare ore e ore di nastri volenterosamente forniti dallo zio-mentore che tutto ha provocato e che non si assumerà mai la colpa di aver deviato il suo nipote preferito (nonché unico) verso strade di passioni ormai defunte sotto la scure del più becero consumismo da webmarketing.

(C’era stato prima un Led Zeppelin IV e un Born in the USA, eh, ma) Fui iniziato al senso più profondo di moltissime canzoni di Augusto, Beppe e soci quando ero praticamente un bambino, insomma. Poi dice che uno arriva a 35 anni in queste condizioni, ma tant’è.

Non ha senso dispiegare una ennesima cronistoria dei Nomadi. Men che meno in questa sede, dove il fulcro di quello che scrivo, molto spesso, è diametralmente opposto ad altre apparenze o fraintendimenti. Per quanto riguarda me, sarà stato il 1990 o 1991, non saprei dire con precisione. Ricordo in maniera netta, però, che – un po’ per colpa dello zio-mentore e un po’ per colpa di un vicino di casa tardoadolescente – mi ritrovai piazzata tra le mani una Sony C-90 con su registrato Solo Nomadi (album proprio del ’90) al termine del quale, per l’ovvio e ampio spazio rimanente, partivano altri brani che, in seguito, avrei scoperto provenire da un bellissimo album dal vivo di un paio di anni prima (dove la formazione, tra l’altro, era quella migliore di sempre, secondo il mio modesto e imberbe parere).

Avrei saputo solo alcuni anni dopo anche che quel lavoro in studio – un po’ strano a dire la verità, tutto incentrato su suoni di tastiere che, a risentirli oggi, sanno forse un po’ di antiquato ma non importa perché la sostanza risiedeva altrove, tanto nelle canzoni stesse quanto soprattutto nei concetti che da queste venivano sprigionati in un universo parallelo di umanità e freschezza ideologica altrimenti impensabile – era l’apice di una vera e propria rinascita, prima produzione discografica marchiata CGD East West dopo un decennio intero (gli anni ’80) di autoproduzioni difficoltose e stentate (ma, pure in quel caso lì, piene di canzoni ben meno note di altre ma meravigliose). A Solo Nomadi seguì, nel 1992, Gente come noi, altro album bellissimo. E poi successe quello che tutti sanno.

Ricordo, in maniera soffusa ma anche abbastanza viva, il telegiornale che a ora di pranzo, mentre tutti mangiavamo, dava la notizia della scomparsa di Augusto Daolio a soli 45 anni. E mi pare pure di ricordare che lo zio-mentore si alzò dalla tavola, andò in camera sua e tornò solo dopo un po’. Fu forse in quel momento che, dentro, si riaccese la spia di un lutto reale e presente nella mia vita, ma mai elaborato per ovvie cause di età troppo giovane per ricordare.

Ma a parte l’influenza di famiglia, cos’era che, di preciso, attirava il me bambino, ancora immune da discorsi politici e ideologici di quella particolare fattura? Forse la predisposizione che da sempre nutro nei confronti di un fascino irremovibile per le scritture in chiave minore e per la drammaticità di certe argomentazioni viste, però, come incentivo a rinforzare la corazza identitaria da indossare nella vita di tutti i giorni? Non è un caso se, ancora oggi e sempre con enorme forza, I ragazzi dell’olivo, Salvador, Mercanti e servi, Ricordati di Chico, C’è un re o Senza patria integrano libri di storia e tomi di letteratura per spiegarmi cosa succede (e perché) in certi contesti, non ultimo quello in cui io vivo e lotto per dimostrare (anche a me stesso) di avere un ruolo e di essere la persona che credo di essere; così come Il fiume, Gli aironi neri, Ma noi no, Ma che film la vita, Il serpente piumato o Cammina, cammina ancora sono lì a spiegarmi a chiare lettere come funziona il mondo, sia là fuori che, soprattutto, qui dentro.

Cominciai a farmi qualche domanda quando seppi che prima di Augusto Daolio, a causa di un’incidente d’auto e a soli 31 anni, se n’era andato Dante Pergreffi, eccellente bassista e spirito pienamente adatto a quello che li muoveva tutti insieme da così tanti anni (la condivisione dell’esistenza, il fare gruppo e genuina comitiva sempre e comunque). E mi colpì alquanto il fatto che, a suonare uno degli strumenti che da sempre reputo tra i più importanti in assoluto, arrivò praticamente una ragazzina, Elisa Minari, che aveva a mala pena vent’anni e un tocco straordinario, mai fuori di un millimetro, misurato ma fondamentale per reggere tutto l’insieme di ogni singolo brano in un concerto che non durava mai meno di tre ore. Una ragazzina. A nemmeno vent’anni.

E i Nomadi, all’epoca, facevano qualcosa come quasi duecento date all’anno, non so se mi spiego. Anche questo mi affascinava tantissimo, assieme a un altro piccolo ma gigantesco particolare: ogni volta che riprendevano a suonare in giro per l’Italia, dalle città ai paesi più piccoli e sperduti nelle province più deserte di ogni singola regione (mete da loro sempre privilegiate rispetto all’alternativa urbana), non si andavano a rinchiudere in stanze d’albergo (certo, a trovarne in certi posti; questo pure è vero) ma venivano ospitati sempre in casa di qualcuno, da persone che avevano conosciuto proprio in quel sobborgo di quattro anime l’anno prima e che, adesso, erano praticamente amici e compagni di viaggio. E così via, di tappa in tappa, di paesino in paesino, di città in città.

Man mano che crescevo, assorbendo non solo le melodie ma anche quello che i testi dicevano (e dicevano tanto, soprattutto in quegli anni là, oltre alle ben più note escursioni e censure di un paio di decenni prima), maturavo un senso percettivo che non saprei spiegare altrimenti se non accomunandolo a una sottospecie di senso di appartenenza ideologica sana e genuina, desiderosa dell’incontro con l’altro, con radici ma senza catene, con apertura mentale ma senza mai sterili dispersioni e inutili divagazioni. Una specie di circolo politico ma di quelli storici, di quelli veri. Di colore rosso, ovviamente.

Ricordo con più lucida chiarezza, poi, quella estate del 1993 in cui Raiuno mandò in onda uno speciale televisivo in due puntate che lo zio-mentore, sapendo della mia proverbiale dimestichezza ludica con il nostro primissimo videoregistratore di casa a due testine, praticamente mi obbligò a registrare (naturalmente consapevole della dose di accrescimento cultural-musicale che il nipote avrebbe maturato semplicemente ascoltando le canzoni mentre faceva attenzione a mettere in pausa la registrazione all’arrivo di uno spot pubblicitario).

Si trattava di un bellissimo documento visivo a testimonianza di una tre giorni di concerti che i Nomadi tennero in quel di Novellara (paesino in provincia di Reggio Emilia che li vide nascere nel lontano 1963) e alla quale lo zio-mentore aveva presenziato assieme ad altri amici appassionati (direi quasi devoti; ci fu pure un’inquadratura che li identificava sotto uno striscione con su scritto “700 km d’amore”, o qualcosa di simile).

Beppe Carletti, il tastierista cofondatore, aveva ormai, naturalmente, le chiavi in mano e, forse anche un po’ per onorare un contratto in corso con la CGD (fu anche insultato e accusato di vilipendio per il suo voler andare avanti senza la suprema figura morale e ideologica di Augusto), tirò fuori uno splendido doppio live (Ma che film la vita: i nostri concerti, dove la foto in copertina dice tutto, dove un’apertura come Il paese delle favole non ha le palle di farla nessuno e dove la versione chitarra/voce di Primavera di Praga di Guccini mi fa venire i brividi ogni fottutissima volta, maledizione) e un album di inediti ancora acerbi ma comunque validi (Contro), incompleto ma pure ricco di grandi canzoni (Ad est, ad est è uno sfogo esistenziale più imponente di qualunque schitarrata iperdistorsiva; la stessa Contro è, paradossalmente, una sorta di marcia estremamente evocativa del paradosso che si crea tra suono militaresco e percezione reale di ciò che viene detto).

Fatto sta che da quello speciale di Raiuno, osservando mentre registravo, apprendevo tutto ciò di cui avevo bisogno: condivisione, libertà di espressione, messa in guardia da falsi valori modellati ad hoc, costruzione di due assenze (Augusto e Dante come di qualunque nostro caro passato a miglior vita) da tramutare, di volta in volta, in presenza viva e reale in grado di continuare ad esistere, gioire e sorridere per una concezione di eternità estremamente umana e tangibile.

I due ragazzi chiamati non a sostituire ma “a cantare le canzoni” (Beppe dixit) assieme al gruppo, infatti, fin quando sono stati lassù si sono sempre divisi i compiti in maniera perfetta, talmente precisa e rispettosa da non far mai scemare l’intenzione di cui sopra. E poi Francesco Gualerzi suona il sax in maniera divina (vogliamo parlare della versione di Suoni che aprì quella tre giorni a Novellara?) e Danilo Sacco è una delle voci più belle, potenti e coinvolgenti che io abbia mai sentito qui in Italia. Due professionisti eccellenti ma diversissimi e, proprio per questo, adatti a proseguire secondo quegli scopi, secondo quelle intenzioni così fermamente emotive ben prima che (ma chissà poi se c’era del vero, in questo) burocratiche.

Il passo successivo, quello più naturale, non poteva che essere un nuovo e attesissimo disco. Arrivò, così, La settima onda nel 1994.

E io ero ormai un nomade strafatto, quasi militante. Ascoltavo solo quelle cassette e, al seguito dello zio-mentore, avrò visto almeno venti concerti dei Nomadi in due o tre anni (il primo fu a Flumeri, in provincia di Avellino, proprio nel 1993, uno o due mesi dopo la fatidica tre giorni emiliana). Ricordo anche che un pomeriggio, una volta partita la promozione dell’omonimo singolo trainante prima dell’uscita del disco, telefonai alla locale Radio Alfa per farmi mettere quella canzone in modo da poterla registrare e spararmela per endovena. Poi il disco uscì, lo zio-mentore lo portò a casa e ovviamente finì pure lui su una bella TDK 60 (perché non ci stava su una 46, durava 49 minuti).

La settima onda, il brano che dava il titolo al disco, rimetteva tutto in circolo nella maniera più forte e decisa possibile: riprendere da dove si era stati costretti a sostare, parlare ancora (e sempre più forte) di sconfitte che non abbattono, che danno forza, che sprigionano rabbia ma di quella sana, che sostengono e fanno andare avanti sempre e comunque. “Le onde arrivano in serie di sette. La settima onda è grossa abbastanza da riuscire a portarci fuori vincendo la forza delle altre”, dice Papillon (Steve McQueen) a Louis (Dustin Hoffman) in Papillon di Franklin J. Schaffner. In luce di quanto accaduto, del periodo, delle vite di tutti messe insieme e delle intenzioni esistenziali ad esse legate, non penso ci sia bisogno di spiegazione sulla scelta di un titolo del genere. E poi quella copertina (credo fosse opera di Daniele Campani, il batterista).

Guai se… metteva in mezzo addirittura scenari apocalittici e distopici per tenere in guardia da pensieri e idee malsane e distruttive. Si percepiva una drammaticità di fondo, ancora più potente e ancora più densa sia nel suono che nelle idee lanciate con la fionda dalle tematiche trattate.

La settima onda è forse uno degli album meglio prodotti e arrangiati nonché più intensi di tutta la discografia dei Nomadi. Lo testimonia la raffinata solennità con cui si tratteggia l’essenza della complementarietà femminile in Donna, ma anche l’apparentemente didascalica semplicità con cui Vivo forte descrive stati emotivi di autodistanziamento dal reale che non deve essere sempre, per forza, identificato come sintomo autodistruttivo assoluto (quasi in risposta alla depressione nichilista di Gordon, arriva il divino assolo di sax di Gualerzi che conduce alle aperture del finale), o la diretta denuncia insita nella contaminazione sonoro-culturale di In favelas (con la partecipazione degli Inti-Illimani che conferma ogni spunto ideologico, qualora non si fosse capito) assieme alle più aspre critiche socio-politiche nostrane del country-folk di Il musicista (andate a leggervi il testo: viene coniata anche la definizione di “giornalismo muto”, ed è tutto dire).

Ma proprio di aperture si fregia almeno una buona metà del disco, se è vero che Ladro di sogni e Le poesie di Enrico (splendida specialmente quest’ultima) recuperano quella possente dose di lucidissima innocenza che sarebbe bene non perdere mai nonostante tutto; e se è vero anche che Sassofrasso e Un ricordo arrivano comunque a battere cassa nel costringerti a fare i conti con quello che sei solo per confermarti che devi proseguire, inesorabilmente, dritto per la tua strada.

Riflettendoci dopo anni e anni, certo, di pari passo con l’impegno politico inossidabile e la concreta discesa in campo per cause umanitarie tutt’altro che di poco conto (Cuba, Cile e simili), anche i Nomadi erano (e non poteva essere altrimenti, in un panorama produttivo comunque legato anche a logiche di mercato) una piccola azienda proprio come ogni agglomerato artistico costituito da professionisti di tutto rispetto. Ma il senso così profondo di vere e proprie battaglie a colpi di suoni e versi, il calore inestinguibile di canzoni così piene di contenuto verificabile con la prova del nove nella vita di tutti i giorni, io, l’ho ritrovato solo in pochissime altre situazioni.

Forse è tutto questo che, poi, mi ha aiutato a fare di me stesso quello che sono adesso.

Sarà che con l’avanzare del’età, ormai, anch’io accumulo qualche ricordo emotivo che mi stringe il cuore. Sarà anche che questo mi porta a provare nostalgie per periodi che non ho neanche vissuto poi così bene come avrei voluto. Il fatto è che La settima onda, quest’anno, ha festeggiato venticinque anni. E voi state sempre tutti là a declamare il compleanno di questo e l’anniversario di quello ma, tra i dischi che tirate fuori ogni benedetto giorno, non ce n’è uno che non si conosca già o che non sia palese sparare ai quattro venti per farsi belli, per far vedere che da voi si ascolta solo musica buona, solo musica vera.

Per questo la parte del fesso riciclatore l’ho voluta fare anch’io, stavolta. Ma a modo mio.

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