Ministry – Psalm 69 (Sire, 1992)

L’ultimo giorno di scuola ci donava un’estasi senza precedenti. O meglio: col precedente dell’anno prima e di quello prima ancora. Voleva dire essere liberi da costrizioni e impedimenti e, almeno per tre stramaledettissimi mesi, vivere in pace tra nullafacenza contrastata dalle passioni che ci facevano alzare le natiche dal divano e mettere mano a quello che volevamo provare ad essere con tutte le nostre forze. Non importava se privi del talento o della conoscenza tecnica necessaria ad azionare al meglio gli istinti compositivi. Non importava se fiondandosi nella repentinità più selvaggia e genuina, spesso scavalcando deliberatamente le soglie del ridicolo.

Quando Alfonso mi chiamò sul telefono di casa alle dieci e mezza di quella insopportabilmente afosa sera di giugno 2000 – se non ricordo male – mi stavo beatamente grattando la panza davanti a un film in seconda visione su Raitre, non ricordo quale. Mi chiese se mi ricordavo ancora come si facesse a strimpellare un qualsiasi strumento approcciato in età infantile, perché aveva il desiderio di rispondere a un annuncio della EMI in cerca di nuovi talenti o nuove sonorità (seh, come no). Tanto per fuoriuscire dal torpore irpino generale, mi ricordai di avere ancora una mezza pianola buttata da qualche parte e dissi di sì, dai, proviamoci, chi se ne frega. Il risultato fu una cassetta a dir poco squallida, che ancora conservo chiusa in un pacchetto che probabilmente non avrò mai il coraggio di aprire (all’epoca – e forse ancora oggi – il trucco per pararsi le chiappe contro potenziali plagi era quello di spedire al proprio stesso indirizzo, con raccomandata, una copia dell’opera conclusa e conservarla senza mai aprirla; spedendo con raccomandata veniva stampata sulla busta la data di ricezione, avendo quindi tra le mani una prova che quella cosaccia brutta che se ne stava lì dentro l’avevi fatta tu per primo, nel caso; come se qualcuno, poi, avesse mai avuto la voglia di prendere anche una sola e dico una sola nota di quello scempio abominevole che tirammo fuori).

E il bello è che, dopo un paio di mesi, la EMI ci rispose pure in busta chiusa (che ancora conservo nella mia stanzetta di Avellino, motivo per cui non ce l’ho qui e non la posso copiare pari pari) con fare estremamente cordiale ringraziandoci dell’aver partecipato. Per un motivo o per un altro – o semplicemente per la testardaggine, o forse solo per l’enorme amore che avevamo per la musica a tutto tondo, così forte da volerne essere artefici, in qualche modo – ci sentimmo spinti a continuare. Ed ecco che ogni estate successiva diventava irripetibile occasione per chiuderci quei due, tre o quattro giorni nella stanza di Alfonso a sviscerare qualunque cosa ci fosse venuta in mente e ci fossimo appuntati nel corso dell’anno scolastico. Per un compleanno io mi feci regalare uno straccione di basso Cort quattro corde da studio, lui aveva già una chitarra elettrica rudimentale e optò per aggiungere al corredo anche uno Yamaha Motif 6, sintetizzatore di tutto rispetto – per quanto oggi forse un pochino superato – e l’unione fra le due cose (mista alla sua voce sbraitante e perforatrice di timpani) ci liberava da disturbi psichici e manie depressive tipiche della vita di un finto capoluogo di provincia.

Io e Alfonso eravamo anche storici compagni di banco (lo siamo stati insindacabilmente, mi pare, dalla seconda superiore in poi: c’erano dei rapporti di vera e propria gerarchia implicita, in quella classe, cosa che rafforzava di gran lunga i rapporti reciproci tra singole persone, più che tra gruppi) e, con i nostri rispettivi lettori cd portatili a batterie, nelle ore di educazione fisica o di assenza insegnanti, ascoltavamo una miriade di dischi che ci consigliavamo e scambiavamo a vicenda.

Avevamo una immane fascinazione per i Nine Inch Nails, che in quegli anni avevano tirato fuori nientemeno che The Fragile (la cui cassetta da lui registratami dimora in qualche Valhalla dei nastri magnetici, per come riuscì a resistere alle violenze fisiche che le dedicai in pochi ma febbrili mesi). Ci devastava la perfezione con cui Reznor e soci coadiuvavano strumenti elettronici a gestualità umane perché era proprio quello che avevamo intenzione di fare senza averne la minima preparazione tecnologica e informatica. Ci rattristava un po’ la consapevolezza di non poter avere a disposizione mezzi, tempo e soldi per chiuderci in un qualunque studio e avviare mesi e mesi di lavoro imperterrito, il lavoro che davvero avremmo voluto fare nella nostra vita.

Poi un giorno Alfonso, nel cesso vicino alla classe mentre fumava la sua consueta sigaretta da ricreazione, mi sparò nelle orecchie un auricolare attaccato al suo lettore cd portatile e fece partire Psalm 69 dei Ministry.

Ci si aprì un mondo. Cos’era tutta questa ossessione per la ripetitività, questo incedere imperterrito e instancabile di martellamenti all’unisono con riff pesantissimi ma sostanzialmente monocorde? E cos’era questo continuo e ossessivo urlare versi che inneggiano a religioni pornografiche tradotte al rovescio dai Salmi della Bibbia, senso di rivolta estrema e definitiva e voglia di farla finita con ogni categoria di giudizio, non solo quello di Dio?

Feci ricerche con quei martelli pneumatici ancora nella testa, chiesi al commesso che non era solo un commesso del negozio di dischi in cui respiravo e fu lì, forse, che partì la prima bestemmia della carriera. Era la quintessenza dell’industrial e, cazzo, se l’avevano fatto loro, se l’avevano fatto così – semplice, violento ma preciso e dritto al punto, con soli chitarra, basso, synth e drum machine – e, nell’averlo fatto, avevano spianato la strada proprio a Nine Inch Nails e derivanti, beh, allora potevamo farlo anche noi. Come noi, anche loro erano in due, quell’eroinomane dichiarato e incallito di Al Jourgensen e Paul Barker, la mente più lucida e organizzatrice. Ci rispecchiavamo un po’ in questa specie di suddivisione di approcci (Alfonso era il più folle e rumoroso, io cercavo di testare metriche sia liriche che ritmiche). Loro, però, sapevano come programmare e inserire a piacimento anche campionamenti e collage a scopo contenutistico e liberamente blasfemo; noi facevamo solo casino stuprando il Motif 6 e maciullando le pareti di una stanzetta da pionieri dell’home recording amatoriale e rudimentale. Che significava uno squallido Acid Pro primitivo – uscito in dotazione dalla confezione del Motif – installato su un computer fisso strapieno di virus e spam – erano gli anni di Napster e WinMx – sul cui schermo a tubo catodico si aggrappava un minuscolo microfonino di plastica con l’obbligo di raccattare tutto quello che devastava l’aria circostante. Che scempio.

Ogni volta che mi capita di riascoltare Psalm 69 mi torna in mente tutto questo e mi nasce dentro la voglia di tornare a provarci con la consapevolezza e l’esperienza che ho maturato fino ad oggi (chissà, magari un giorno lo farò). Già, perché – oltre a The fragile – fu anche e soprattutto quello ad insegnarmi a considerare l’urgenza e l’essenza – anche quella più terribile – delle cose, la necessità di dare sfogo a pulsioni e impulsi sonori senza la minima preoccupazione di cosa potesse voler dire un qualunque risultato per un qualunque orecchio ricettore. Voleva dire fare, fare e fare, ben oltre il giudizio di una qualunque tipologia di gente, ben oltre un qualunque sguardo in cagnesco di chissà quale dio delle strutture compositive da riverire. Anche rendendosi ridicoli. Soprattutto rendendosi ridicoli.

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