Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic Pill (Reprise, 2012)

Non sentire il peso degli anni, dentro e fuori. Facile se sei un canadese che vive di musica – anzi è musica – fin da quando, giovanissimo, ha deciso di imbarcarsi verso gli States a bordo di un carro funebre a buon prezzo. È musica, e rock in particolare. Maledettamente, selvaggiamente, spudoratamente, magnificamente rock. Se poi ti chiami Neil Young e ti disinteressi completamente di quello che qualunque schizzinoso snob potrebbe urlarti addosso giudicandoti incapace di progredire, tanto meglio: fatti suoi, tu hai già dato e tanto, anche.

Perciò non ti resta altro da fare se non quello che ti pare e piace fino alla fine dei tuoi giorni. E in più, meglio ancora se non sei proprio un sostanziale innovatore ma ammiri moltissimo il progresso tecnologico che ti ha regalato la possibilità di ripulire i tuoi lavori migliori o di tirare fuori dal cassetto praticamente tutta la tua vita attraverso un progetto di “cofanettoni” da far uscire a puntate, poi divenuti “archives” online reperibili da chiunque. Esatto, proprio la stessa tecnologia che, oggi, ti permette di disinteressarti di qualunque limitazione da nastro analogico (concluderà il suo circolo, prima o poi, quella maledetta bobina) e di premere un semplice tasto per dare avvio (e chissà quando una fine) a quello che hai sempre veramente amato fare: attaccare il jack della chitarra all’amplificatore dei tuoi migliori compagni di viaggio (meglio se il loro nome collettivo è Crazy Horse) e partire, semplicemente partire.

Poco importa, allora, se il tuo trentottesimo album in studio apre le danze con Driftin back, una folle ma splendida jam session di ben 27 minuti per contenere la quale occorre, poi, dividere il restante creato (che anche scherza poco tra durate e strutture) in due compact disc o tre lp in vinile. Di tempo e spazio sonoro se ne ha finché si vuole, se a farla da padrone è un mai perduto amore viscerale per quelle sei maledette corde mai effettivamente ferme anche in contesti meno abbienti al caso (le escursioni solitariamente distorte della soundtrack per il Dead man di Jim Jarmusch, ma anche un certo Le noise). Tutto questo perché il passato, in definitiva, non è mai stato terreno tanto fertile anche per chi, detto in sincerità, potrebbe tranquillamente dedicarsi ad altro, anche al di fuori dell’elettricità dei propri strumenti, per quanto ha donato a quel ramo di genere umano dotato, sì, di orecchio ma principalmente di passione (che vuol dire amore viscerale, puro, cristallino per suoni e colori).

E allora via con il rispolvero dei tempi migliori (Rust never sleeps, certo, ma anche Ragged glory e il conseguente capolavoro live Weld) per tasselli come il brano che conferisce il titolo all’intero album, Psychedelic pill, trascinantissima sequenza di riff (forse uno dei brani migliori del buon Neil da circa una ventina d’anni a questa parte) imbottita di flanger generale ma (sempre nell’ambito del discorso “fai ciò che vuoi”) riproposta a fine viaggio anche in versione “clean” per i meno disposti (e forse memori di esperienze poco digerite ma comunque interessanti come Trans Re-ac-tor), oppure altre sane e viscerali jam racchiuse in Ramada Inn Walk like a giant, due perle esplicative per ciò che è sempre stato e continua ad essere il buon padrino canadese finché impedimento alcuno non lo separi dalla sua bella Gibson: continuità (anche nei tanti esperimenti) e vera passione. Caratteristiche, queste, riscontrabili pienamente tanto nella semplice She’s always dancing quanto nell’irreparabile legame con le proprie stesse radici folk di Twisted road, Born in Ontario For the love of man, veri e propri atti d’amore per la propria stessa appartenenza civile e artistica.

I capolavori restano altri, su questo non si discute. Ma siamo proprio sicuri che non ci possa essere dell’altro, una volta ogni tanto?

 

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