Marlene Kuntz – Pansonica (Sony, 2014)

Marlene Kuntz, già da un bel po’ di tempo a questa parte, non hanno più bisogno della benché minima presentazione. Tra chi ha scelto di chiudere occhi e orecchie al cospetto delle migliori (talvolta anche discutibili ma pur sempre interessanti) evoluzioni stilistiche della band di Cuneo e chi, invece, ha sempre seguito (pur non apprezzando, magari, a tutto tondo) le gesta di Cristiano Godano e soci per capire, rendersi conto di dove gira un certo vento molto esperto e/o agganciare approfondimenti in merito, campeggia un vastissimo territorio di rispetto e importanza storico-artistica indiscutibile, che lo si accetti o meno.

Sull’inettitudine e, spesso, ignoranza di una larga fetta di popolo italiano che si professa musicalmente tuttologo per poi scoprirsi ben poco attinente a contesti di vero giudizio critico ci sarebbe da stendere interi trattati. Pertanto, non sarà questa la sede espressiva delle medesime invettive che il sottoscritto non smetterà mai di rivolgere a lor signori. Men che meno se tra le mani si ha un prodotto di ancor maggiore rispetto, soprattutto considerando l’ambito dal quale deriva e il contesto nel quale si va ad inserire, senza tralasciare una certa dose di amorevole e generosissima creatività (in termini di idee) che la band, ancora una volta, non ha tardato a lasciar percepire ai meno dormienti.

Correva l’anno 1994 quando sugli scaffali di tutti i negozi (non megastore: negozi) di dischi approdava Catartica, il primissimo album dei Marlene Kuntz, nato anche per forte volere di un certo Gianni Maroccolo e del suo salvifico Consorzio Produttori Indipendenti. Con pochissimi mezzi e difficili disposizioni economiche, Cristiano GodanoRiccardo TesioLuca Bergia e, all’epoca, Gianluca Viano (poi sostituito dal più longevo bassista Dan Solo da Il vile, 1996, fino a Senza peso, 2003) entrano immediatamente nell’olimpo di quel rock alternativo underground che si sta facendo enorme spazio a calci e pugni proprio in quel preciso periodo con un fermento simile, se non superiore, a quello che coinvolse le scene wave di Firenze e Bologna nella decade precedente.

Tra Afterhours, C.S.I, Malfunk e Bluvertigo in rodaggio, ma anche Fluxus, primi Timoria o De Glaen, emergeva un fermento di pura energia sonora capace di convogliare ascolti ed esperienze d’oltreoceano in terra italica. Cominciava, insomma, a imperare tutto un fluire di innovazioni tecniche, stilistiche e concettuali di cui i Marlene Kuntz si resero immediatamente paladini innestando nello stivale la verve noise-alternative statunitense, in primis quella riscontrabile in certi signori come i Sonic Youth. Soprattutto Catartica (1994) e Il vile (1996) furono due album di importanza capillare, tasselli imprescindibili per qualunque modalità di intuizione o pensiero legato alla composizione rock moderna in ambito italiano ma non solo.

Proprio il primo di questi due capolavori assoluti, dunque, compie venti anni nel 2014 e lascia spazio anche alle nozze d’argento di tre dei suoi quattro membri ideatori fondamentali (ormai al basso c’è l’eccellente Luca Saporiti, noto anche come Lagash). Dopo una bella ristampa rimasterizzata e rinnovata nel suo artwork vinilico, però, Godano e soci hanno avuto un’altra brillante idea. Sia precedentemente all’ingresso in studio per la stesura dell’esordio discografico che nel corso delle lungimiranti evoluzioni tra il post Catartica e l’ideazione de Il vile, i nostri produssero un notevole quantitativo di registrazioni grezze (alcune reperibili su Youtube con l’appellativo di Demosonici) e scritture mai poste su nastro, eppure di imponente caratura stilistica e corposa portata in termini di idee sia tecniche che liriche.

Così, proprio sulla scia del periodo in cui l’altra grande alternative band (Afterhours), per celebrare il suo capolavoro (Hai paura del buio), non pecca affatto di interesse suscitato grazie a riedizioni, ri-registrazioni molto particolari e spettacoli itineranti pluridisciplinari, i Marlene Kuntz, a un anno di distanza dal precedente lavoro in studio (Nella tua luce), tornano nei negozi (stavolta pure megastore) con Pansonica, semi-album composto di sette brani di cui sei mai circolati prima in via ufficiale.

Di fatto, Pansonica è un disco (ep?) di inediti (meno uno) perché legittima in via definitiva, dopo appositi processi di limatura e perfezionamento complessivo, ciò che non lo era (almeno per la Siae o affiliati) al tempo in cui la produzione dei due album di riferimento era in corso. L’idea di rimettere mano a quel materiale di caratura a dir poco tellurica appare estremamente entusiasmante per chi i Marlene Kuntz li apprezza e segue davvero, talvolta anche criticando alcune scelte ma sempre nel limite del sacrosanto, giusto e conviviale dibattito.

Pansonica, dunque, recupera alcuni di quei tasselli giovanili per riconoscerli ufficialmente grazie alla più che matura predisposizione attuale che, messa in amalgama con la carica tellurica degli esordi (comunque mai assente in Godano e soci), tira fuori dal cilindro un gioiello complementare di indubbia importanza documentaria ma anche di sorprendente intraprendenza artistica e concettuale.

Pansonica, in fin dei conti, non è qualcosa di così commerciabile malgrado la presenza di qualche arrangiamento comunque derivante dalla profonda maturità stilistica acquisita, per norma di evoluzione, nel corso dell’ultimo decennio. Una simile predisposizione è subito dimostrata, al primissimo ascolto, dal muro di suono omogeneo e compatto di Sig. Niente, brano dalla sezione ritmica travolgente su cui il noise della coppia Tesio-Godano padroneggia spalleggiando fraseggi vocali urlanti su testi semi-citazionisti a livello tematico (laddove emerge il concetto di una mente «fatta solo di niente» viene facile riportare alla memoria il «niente più niente uguale niente» di E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare da Il vile; così come un «auguri, niente» fa pensare ai complimenti per la “festa del cazzo” di Festa mesta da Catartica).

Parti sviluppa, poi, una maggiore attitudine, sì, melodica ma ben inquadrata nelle architetture dei Sonic Youth di Daydream Nation così come in quelle (forse) di Fugazi, Unwound o Dinosaur Jr nel suo incedere underground di indubbia provenienza da influenze giovanili mai perdute nel tempo, anzi amplificate da una sterminata cultura e consapevolezza dei propri mezzi. Il primo singolo estratto, Sotto la luna (precedentemente intitolata Subitaneo nei suddetti Demosonici), non finì in nessun album per una maggiore predisposizione pop che contraddiceva la monoliticità soprattutto di un corpo estremamente teso e tagliente come Il vile; in questo caso, invece, appare molto ben calzante su tappeti sonori caldi e coinvolgenti, se si pensa che la successiva Ruggine tocca vette sonore e liriche che, a tratti, fanno pensare a eminenze quali, su tutti, Jesus Lizard, prima di tornare coi piedi per terra sul piano di una certa regolarità.

Il sopraggiungere di Donna L, unico brano non inedito di Pansonica, offre la riproposizione e il perfezionamento in studio di un frangente già noto con una verve noise tale da non far rimpiangere affatto i tempi trascorsi su simili composizioni. Il brano vide la luce in versione live in un precedente ep (tra l’altro anche molto sperimentale, con aggiunta anche di picchi elettronici come il remix di Questo e altro ad opera del produttore e tastierista dei Pankow Paolo Favati), ovvero Come di sdegno del 1998, esperimento che anticipava di alcuni mesi il terzo album Ho ucciso paranoia. In questa sede, dunque, Donna L amplifica a dismisura la sua già testata carica di tritolo da watt, regalando all’orecchio più esigente anche un’impostazione vocale molto più studiata e calzante su lastre elettriche da infarto, mentre Oblio riconduce nuovamente ad un maggiore marchio Sonic Youth melodizzato e Capello lungo cristallizza definitivamente il mood dell’intero album nella prima metà dei ’90 con fare puramente “alla Marlene”, seppur in aggiunta di code psichedeliche molto utili alla riappropriazione di un certo lasso spazio-temporale attuale.

Pansonica andrebbe attentamente rivalutato perché, ben lungi dall’essere un disco di scarti, non ha assolutamente nulla da invidiare ai suoi predecessori concettuali e spazio-temporali, anzi ne è il perfetto completamento artistico differente, forse, solo in brevissimi frangenti di stile e ovvie divergenze tecniche legate ad una netta maturità sia da produzione contemporanea che stile maturo e pulito naturalmente acquisito nel tempo. Messe da parte inutili critiche e divergenze psico-esistenziali, siamo dinanzi a un gran bel disco di rock alternativo duro e (soprattutto) puro (registrato in un batter d’occhio e in presa diretta), buono per i palati più cariati dei detrattori oltranzisti così come per le sapienti ghiandole uditive dei più ragionevoli degustatori.

 

 

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