Nick Cave & The Bad Seeds – Push the sky away (Bad Seed Ltd, 2013)

Nick Cave è sempre stato uno dei pochi (e rari) esempi viventi di significativa potenza poetico-sonora. Reduce dal riassemblaggio dei suoi storici Bad Seeds (già derivanti da quel malato disturbo psico-sonico che furono i Birthday Party; rispolverare “Prayers on fire,” tanto per gradire), il buon uomo si rinchiude in una magione del XIX secolo nel sud della Francia e costruisce, tassello su tassello, una pura – ennesima – opera d’arte.

Push the sky away racconta di verità impercettibili ma presenti, tangibili ma non più ambite, espulse, prese a spintoni e trascinate oltre l’uscio della propria oscura dimora. Probabilmente, basta osservare con un po’ più di attenzione l’immagine di copertina: la smilza sagoma di Cave indica una via d’uscita mantenendo aperta una porta su una luce di indefinibile provenienza (non si comprende bene se in termini di aiuto o dissenso da espulsione: il suo volto serioso e convinto lascia supporre la seconda ipotesi). Sull’altra sponda, invece, un corpo femminile nudo e indifeso sembra accettare un peso, una padronanza di rifiuto, una via già segnata da una sorta di uscita di scena. Ora, la via interpretativa resta comunque duplice: la porta è stata aperta per far entrare la luce, o da quel chiarore ci si mantiene distanti incentrando l’attenzione sul “fare luce” e decidere di espellere il non gradito, il presente, il qui e ora propositivo (nudo, a deliberata disposizione) eppure (per una qualche ragione) fastidiosamente percepito?

È il contrasto esistenziale per eccellenza che emerge fin dai primi suoni nella sostanza poco convenzionali per un’anima ormai coscienziosamente “soul” (in senso sia musicale che, soprattutto, esistenzialista) come quella dello stesso Cave. La poesia pura è da sempre l’arma più potente usata dall’autore in questione: «All’albero non importa cosa canti l’uccello». C’è, fin da subito, poca consapevolezza di poter ricercare ancora una volta, l’ennesima, un assoluto, una pace dei sensi mai così a portata di mano, eppure difficilmente raggiungibile se immersi nella pesantezza di chissà quali colpe autoinflitte. «Torneremo con la luce della sera» in forma di ossimoro per esistenze in ricerca di un chiarore ma, nella sostanza, consapevoli di avere il proprio stesso abisso come contraddittorio compromesso di consolazione.

Il contesto di natura gospel e le pelli percussive che non sostengono la narrazione di storie di vite vissute nell’antro delle proprie inquietudini detengono il potere di conservare un complesso e forse ingiustificabile concetto di dolore. Una consapevolezza, questa, espressa a chiare e profonde note dal fondo di un arcobaleno fino agli inferi di un eterno ritorno. Albe e tramonti umani vengono resi sterili e uniti nella medesima intenzione di fare del concetto stesso di “luce” qualcosa di transitorio, momentaneo, in perpetuo andirivieni emotivo.

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