Neil Young – A letter home (Third Man Records, 2014)

Mettiamo subito in chiaro una cosa: A letter home, quello stranissimo e anomalo (e quando mai!) album di Neil Young, è volutamente brutto. Quindi è bello.

Cerchiamo di spiegarci.

A letter home è un disco strutturato unicamente su una tonda dozzina di cover songs, vale a dire versioni personalizzate di canzoni altrui riproposte sotto una luce differente o quantomeno consona ad una linea di pensiero ben precisa. Proprio questa linea di pensiero del tutto personale (ma non così tanto, in fin dei conti) ha portato uno come Neil Young (dal quale, lo sappiamo, ci si deve sempre aspettare tutto e il contrario di tutto) a mettere in atto una sorta di stream of consciousness transgenerazionale eppure non così lontano da precisi e profondi concetti di base attuali.

Una cosa del genere (in termini di particolarità e, soprattutto, singolarità) lo zio Neil l’aveva mandata in porto due dischi prima con lo strabiliante Americana, un vero e proprio revival di brani popolari a stelle e strisce ampiamente rivisitati assieme ai sempreverdi Crazy Horse a suon di distorsioni e feedback. Tutto sommato, però, Young non è mai stato minimamente estraneo al fattore rivisitazione in occasioni del tutto proprie e personali, prima su tutte quella roboante e tellurica versione della dylaniana Blowin’ in the wind contenuta nel doppio allucinante live Weld (1991) e fatta letteralmente rivivere di significato in un periodo alquanto particolare della storia politica statunitense.

Neil Young, oltre all’indiscutibile fattore leggenda vivente, è sempre stato anche un personaggio alquanto scomodo per certe avanguardie tecnologiche, una sorta di spina nel fianco per un avvenire produttivo molto spesso fintamente avanguardistico che, a sua detta, non ha fatto altro se non spingere all’estrema unzione la fine di ogni godimento estetico (ma, di riflesso, anche emotivo) della musica in quanto concetto di comunicazione umana, prima ancora che forma d’arte (dotata di linguaggio specifico, quindi comunicativa, quindi umana).

Non valgono dieci, cento o mille Pono (il lettore di file ad altissima definizione da lui progettato e lanciato sul mercato prima di essere ritirato senza troppe delucidazioni, poi lo rimetto in giro, anzi no, boh, non lo so) ad andare nel deretano di iPod, Spotify e consimili. Young è l’uomo che oggi ti offre un viaggio sulla Luna con tutti i comfort e domani ti rispedisce a pedate sulla superficie terrestre per farti vedere come stanno le cose veramente. Young è il tizio che oggi ti sommerge di watt e domani ti riporta a forza nel punto del tempo e dello spazio in cui tutto è cominciato, in questo caso dove ogni forma sonora ha preso spazio su supporti elettromagnetici. Perché? A che scopo, nel 2014, operare al fine di una simile soluzione?

Il discorso è tutto da incentrare sulla forma produttiva, certo, ma solo ed esclusivamente perché dietro una forma, che lo si voglia o no, c’è sempre un contenuto, un recipiente (in questo caso) enorme di senso compiuto e – per quanto retroattivo all’ennesima potenza – estremamente suggestivo in quanto messaggio odierno urlato a tutti e quattro i venti. La musica si suona e si ascolta col cuore quando necessario, non per forza con questo o quel codice binario, questa o quella cuffia surround più o meno perfetta: è il primo senso umano a venire fuori dai fastidiosissimi scricchiolii di A letter home, una sentenza da accogliere a braccia aperte soprattutto in un’epoca ipertecnologicamente inarrestabile ma non in quanto critica profonda al sistema operativo, bensì come lettera aperta (appunto) alla dimora di una figura artistica sempre meno umana e sempre più impoverita da futilità stroboscopiche da merchandising.

Ed ecco allora che (chissà da dove e come) il buon Neil, assieme all’ex White Stripes Jack White e alla sua Third Man Records (i due si conoscono comunque da un po’ di tempo e si direbbe che White facesse concretamente al caso di Young, vista la propensione della label a riscoprire e rivalutare intere epoche di storia fonografica sepolte nel dimenticatoio), ha preso e restaurato un vero e puro Voice-o-Graph del 1947, ci si è piazzato dentro con la sua chitarra acustica e la sua armonica per registrare una manciata di canzoni in assolutissima presa diretta immediata. Che cos’è il Voice-o-Graph? Presto detto: si tratta di una vera e propria cabina telefonica all’interno della quale, a suo tempo, era possibile registrare, direttamente su vinile, messaggi vocali o qualunque altro elemento audio da poter poi conservare o spedire ad amici e parenti anche lontani.

Proprio con un ipotetico messaggio alla madre Young apre A letter home riuscendo a fare del supporto attuale una sorta di macchina del tempo capace (intenzione reale del progetto) di prendere in prestito canzoni anche più o meno recenti per portarle allo status che, secondo Young, dovrebbero davvero avere, stando a quello che comunicano e al modo in cui lo fanno. E allora ecco che anche una My hometown di Bruce Springsteen sembra uscire da una Complete recordings di Robert Johnson, così come una Changes di Phil Ochs, una Crazy di Willie Nelson, una Reason to believe di Tim Hardin o una Girl from the north country di Bob Dylan sembrano provenire da vecchi e rudimentali recuperi in 78 giri di tasselli a nome Milton Brown o Jimmie Rodgers.

Ulteriore particolarità del progetto: aver scelto, dopo tutto questo andirivieni spaziotemporale a suon di scratch e cali di tensione da giradischi vecchio e rotto, di pubblicare l’album anche in edizioni viniliche audiofile.

Recepire il messaggio umanitario in territori artistici aridi e disumani, please.

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