Gianni Maroccolo – Nulla è andato perso (Contempo Records, 2017)

Betta deve essersi quasi presa un coccolone mentre era in bagno quando io, dall’altra parte della stanzetta d’albergo fiorentina, la sera di sabato 1 dicembre 2018, declamavo “porca puttana, manca un disco!”.

Rewind.

Dopo aver girato in lungo e in largo per splendide viette interne ma defilate dallo struscio collettivo, affascinantissime botteghe di artigiani, librerie che vendono tomi un tanto al chilo (per davvero: libri a peso) e obbligatori passaggi in Via de’ Bardi in commemorazione divina per la Mecca dei poveri fissati come me (che a Firenze non ci ho mai vissuto per più di due o tre giorni ma la adoro per il solo bagliore emotivo che le sue ormai poco recenti mosse produttive contemporanee mi regalarono tempo fa e continuano a fornirmi), io e Betta eravamo immancabilmente passati presso il negozio della mitica Contempo Records di Via de’ Neri, genuino luogo di culto per chiunque avesse a cuore il nucleo portante della storica wave fiorentina. Se vuoi incontrare qualcuno dei suoi artefici, in sostanza, è lì che devi bazzicare. Se poi c’è anche qualche evento in programma, ci trovi dentro più o meno chiunque tu desideri. Se poi sei pure già passato del tutto casualmente anche per Palazzo Vegni, dove soggiornò da esule il maestro Andrej Tarkovskij, tutto assume un gusto di sempre più crescente ispirazione.

Ogni volta che decidiamo di goderci Firenze a modo nostro (per la serie “i musei, certamente; dopo, però”), Betta (non meno entusiasta, ovviamente: la passione per la musica è universale e indiscutibile, quando è vera) acconsente sempre a soddisfare la mia fisiologica necessità di ammirare pareti e soffitti costellati di vinile. Questa volta, in particolare, avevo il desiderio di procurarmi un album difficilmente reperibile altrove (non perché sia introvabile – almeno non ancora; semplicemente perché i tempi di attesa per il coordinamento tra negozianti veri e scandalosi sistemi informatici di reperimento rischia di far perdere la pazienza pure a Buddha). Il disco in questione è Nulla è andato perso, il sontuoso live in triplo Lp di Gianni Maroccolo, proveniente dallo splendido tour di Vdb23/Nulla è andato perso, magnifico album concepito assieme al compianto amico Claudio Rocchi.

Ammiro Maroccolo a dismisura fin dai tempi dei primissimi Litfiba e non nascondo un duraturo desiderio di chiedergli consigli artistici e produttivi, di parlare con lui di prospettive ideologicamente sonore, di senso della creazione, di modalità percettive da trasformare in contenuto. Il tutto sulla scia di una innocente e forse fanciullesca ammirazione per il Consorzio Produttori Indipendenti, con la conseguente volontà di sottoporgli all’attenzione qualcosa di mio, sempre puntualmente frenata dal timore di essere fastidioso o comunque inopportuno. Ma tant’è.

Da Eneide di Krypton a Ko de mondo, passando per i monumentali Desaparecido (di cui conservo gelosamente anche una copia francese su CBS), 17 re, Aprite i vostri occhi e le collaborazioni con – tra gli altri – Marlene Kuntz, Deproducers e Beau Geste, è “colpa” sua se la mia idea di sezione ritmica coincide con uno sviluppo di menti creative opposte a quello che in molti si limitano a fornire come puro stilema di autosufficienza. Ho sempre cercato di osservare con attenzione alcuni suoi gesti sonori, certi suoi punti di vista relativi al senso stesso del fare musica, spunti di una visione del mondo solo apparentemente semplice da assorbire ma, nella realtà dei fatti, possibile da cogliere solo se muniti di un giusto bagaglio spirituale ed esistenziale.

Rimasi molto dispiaciuto quando sembrava avere intenzione di smettere. Fui stupito dalla sua decisione di mettere in vendita Attilio, il suo basso storico, co-genitore di suoni ultraterreni a me emotivamente così vicini, dalla complessa adolescenza fino ad oggi e per molto ancora. Tirai un sospiro di sollievo e fui contentissimo per lui quando non si fece abbattere oltre l’inevitabile misura dalla perdita di un grande amico e portò a termine quell’album. E mi commossi quando seppi della decisione – presa da così tante persone – di riacquistare Attilio per ridonarlo al suo padrone, che pensò di salutarlo comunque lasciandolo in custodia alle mura della Contempo. Non prima, però – se non vado errato – di lasciarlo cantare un’ultima volta proprio nel tour immortalato su questo triplo vinile, praticamente confezionato a mano vista la splendida cornice del posterone che, piegandosi, ne raccoglie i frutti.

Da tempo il buon uomo si dedica anche a produzioni personali di pregevole fattura. D’altra parte, non puoi aspettarti di meno da colui che ti ipnotizzò con modalità esecutive ben distanti dal mero supporto sonoro in favore della creazione di un suono personale, a tratti intimo, senza dubbio elettrizzante e sorprendente per come riesce a coinvolgere l’udito in funzione di un ascolto che trascende certi limiti terreni divenendo un unicum invalicabile di estetica e contenuto.

Ma qui, se possibile, siamo oltre. Nulla è andato perso è un impressionante monumento esplicativo del concetto più intimo ma diretto di “wave”. Vuol dire “onda”. E un’onda è qualcosa che, per sua stessa costituzione, rappresenta ed è conseguenza di un moto, un movimento, un sussulto generatore, un intraprendere una direzione, raggiunta la quale ricominciare per poi arrivare, tornare indietro e ripartire. E così via. In questo, il pensiero artistico di una grande mente (e credo anche di una gran bella persona) quale è Gianni Maroccolo è la quintessenza di ciò che può voler dire evolversi al fianco della propria cifra artistica di riferimento.

In Nulla è andato perso c’è tutto quello che sarebbe lecito aspettarsi da chi ha sempre interpretato il vento forestiero secondo linee intuitive personali, certo, ma anche lungimiranti e – stando ai fatti dell’album, del suo artefice e dei suoi amici collaboratori – necessarie per mettere in tavola le carte fondamentali per una concreta possibilità di cambiamento in un contesto statico e refrattario come il nostro.

La voce di Andrea Chimenti è un brivido lungo le coste frastagliate delle scaglie soniche lanciate dal coacervo Aiazzi-Brotto-Filippi, adeguatamente supportati dall’avvicendarsi di ospiti illustri. Versioni qui proposte di Aria di rivoluzione (già rivisitata dai CSI e tratta dal capolavoro di Franco Battiato Sulle corde di Aries, qui fornita in chiave ancor più oscura ed enigmatica per quanto reale e veritiera) e delle litfibiane Peste, Versante est fino alla tellurica rivisitazione di La battaglia da Eneide di Krypton, passando per il fantasma sinistro di Annarella (forse più in memoria degli ultimi respiri dell’amico Ringo De Palma che dei CCCP), omaggi a Philip Glass (Opening), Vinicio Capossela (Santissima dei naufragati) o Marlene Kuntz (Narrazione), tra i meandri della memorabile esperienza al fianco di Rocchi, fanno di Nulla è andato perso (e di larga parte dell’opera di Maroccolo) pura poesia. E cos’altro può essere la poesia se non sottrazione di forma (che comunque pervade il tutto, ma in maniera inedita e irreversibile) in funzione del più ampio e indispensabile dei contenuti?

Avevo declamato “porca puttana, manca un disco!” la sera di sabato 1 dicembre 2018. Già, perché proprio mentre mi stavo godendo la bellissima confezione di Nulla è andato perso mi sono accorto che dentro c’erano due dischi e non tre. Passato il panico da e-mail e messaggi social compulsivi ai santissimi uomini della Contempo (che ringrazio ancora, mi hanno anche fatto omaggio del demo vinilico di Sincaro, un brano del suo nuovo progetto di “album perpetuo” da abbonamento Alone), il giorno dopo io e Betta ci troviamo costretti [faccina sorniona] a passare di nuovo in Via de’ Neri per il cambio con una copia buona. Diciamo pure che avevo già in mente di ficcare di nuovo il naso comunque: domenica 2 dicembre c’era, infatti, la presentazione in negozio di un nuovo progetto di Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI) e – pensavo – vuoi vedere che niente niente trovo Gianni, finalmente posso almeno salutarlo e mi faccio pure autografare il disco.

Gianni c’era e l’autografo è arrivato, assieme a un paio di tranquille foto sul momento. Nulla di più, per ora. Dopo poco avevamo il treno di rientro. Non era il caso, ma spero lo sia da qualche parte in futuro. E io, in qualche modo, devo imparare una volta per tutte a vincere quella timidezza che a volte fingo di nascondere.

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