Litfiba – Desaparecido (I.R.A. Records, 1985)

Parlare di Desaparecido – o comunque dei Litfiba – a chiunque conosca il minimo indispensabile di rock italiano – è un po’ come spiegare la Vergine dell’Arco a un battente di Guardia Sanframondi. Cosa vuoi dire di più rispetto a quello che puoi trovare tranquillamente in un qualunque testo tematico, archivio, sito web, blog, ritrovo per vinilisti anonimi o affiliati? Eppure potrebbe ancora non essere così facile capire qualcosa oltre il mero dato di fatto per chi magari, sulla scia del dopo o dell’adesso legato allo ieri, prova ad andare a ritroso per vedere da dove provengono questi due ex scalmanati che ora dicono si siano riuniti per restare.

Già il desiderio di conoscere qualcosa merita forse rispetto e anche qualche complimento, visto l’andazzo così tetro e oscuro, nel cui buio si brancola serenamente ubriachi di superflua iperinformazione, convinti di detenere un sapere primordiale a ogni giro di bolletta alla Snai.

In Italia, a Firenze, è davvero successo qualcosa quasi quarant’anni fa. Eppure sembra che (più di) qualcuno se ne sia barbaramente dimenticato, oltre le eterne attrazioni medieval-rinascimentali. A Firenze è successo qualcosa, sì, e se provi a ficcare un po’ il naso qua e là, ti accorgerai che quell’aria di purezza liberatoria – per quanto meticciata – era realmente sincera e formativa, se ancora oggi è possibile toccarne la fattezza più schietta, sincera, umana. Basta guardare in faccia le persone giuste, anche solo per un semplice secondo.

Desaparecido, assieme a 17 re e al successivo invito ad aprire coscienziosamente gli occhi, grazie alle ristampe della prima metà dei ’90 accompagnavano i pomeriggi di un ragazzino solitario, chiuso in sé stesso, con qualche evidente difficoltà, forse un po’ inquieto ma prontissimo a recepire ogni stimolo nel corso di una frazione di esistenza follemente curiosa e potenzialmente creativa in termini di sviluppo. Quel ragazzino era stato svezzato da un compagno di scuola al rock più viscerale e diretto di quegli anni. A momenti gli facevano paura pure i Dream Theater di Images and words, per quanto risultavano al suo udito strani e difficili. Ma era solo un attimo perché presto sarebbero arrivati gli Iron Maiden, poi i Pearl Jam. Figurarsi.

Una sorta di accettabile e riconosciuto corrispettivo italiano, per certi versi, non potevano che essere album come Terremoto e Spirito, che il ragazzino aveva molto diligentemente riversato su una TDK D90 drammaticamente consumata e smembrata nel corso di qualche anno tra piastre godute praticamente a usufrutto, improbabili versioni seriali di qualche Canta Tu da ribrezzo e walkman dei peggiori rivenditori da fiera delle bancarelle.

Ma i Litfiba, per quel ragazzino, erano (parlo al passato perché ora costui li scruta quasi solo per curiosità, fervidamente interessato a qualcosa di più propositivo, a suo modesto modo di interpretare il mondo) sostanzialmente qualcosa di più. Una certa voglia di capire emergeva proprio dall’ascolto delle suddette ristampe.

Per ovvie ragioni anagrafiche, i Litfiba li ho scoperti tra il 1996 e il 1997. Usciva Mondi sommersi, lo si schiaffava pure quello su qualche cassetta recuperata da vecchie registrazioni di peti o glossolalie tra immaturi puberali e via, buono pure quello per il walkman con le pile scariche ma salvifico quando le dinamiche psichiche, tra le mura di casa, cedevano un pochino di tanto in tanto.

Ormai era amore quasi sfociante in “ti ha detto niente la mamma?”, quello con quella roba lì. Ma prendeva piede per la prima volta anche dell’altro, vale a dire il bisogno fisiologico di mettere il timer al videoregistratore per registrare uno speciale semi-documentaristico a tarda notte da rivedere fino a sciopero del nastro conservatore. Vale a dire la voglia di saperne di più, di capire cosa pensa quel tizio che si muove come una scimmia sul palco e cosa ha da dire, di comprare quella videocassetta dove tutti sono ripresi nella vita quotidiana di un tour (cosa che ti cominciava pure a provocare un senso di compagnia, di amicizia, di condivisione, per quanto immateriale). Vale a dire sapere cosa questi calzatori di profilattici ai microfoni hanno fatto fino a quel momento e perché lo hanno fatto, chi erano e chi sono adesso. Cioè comprare le suddette ristampe, tenerle buone lì per un pochino e interrogarle nel preciso istante in cui si lasciava percepire il coraggio di una potenziale delusione o disfatta sensoriale salvaguardata dalle disponibilità audiofoniche del momento.

E in zona c’era pure una cassetta con su scritto Un Mucchio di rock, lasciata in cameretta dallo zio tuttologo e collezionista, che cominciava con uno strano tizio che prima ululava e poi ti sussurrava all’orecchio qualcosa di sinistro, di inquietante, forse malefico, boh, chi lo sa. Ma questa è un’altra storia. O forse no, perché proprio quell’ascolto assolutamente casuale ma diverso, ulteriormente curioso e stimolante, aprì la via al “vabbè, ora o mai più: togliamo il cellophane da ste ristampe, qua”.

Non fu colpo di fulmine. No. Per niente. Per diverso tempo non accettai quel suono, ma ero ovviamente immaturo. Il mio orecchio non aveva mai sentito cose simili, ma quando lo fece bestemmiò in aramaico per costringere le membra a tornare immediatamente su quelle ristampe e fare, una volta per tutte, sacrosanta, imperterrita, irremovibile, fottuta attenzione.

E allora sì. Fu rapimento.

Si parlava di potere, morte, dispersione, guerra (quanti incubi costruirono nelle notti quelle bombe in diretta televisiva, così piatte in quel vecchio televisore dei nonni, eppure così vicine, così infernalmente vicine). Ma anche di bambini che giocano con il mare, spazzati via in sogno dal vento di una noia interiore; di cacciatori che diventano prede; di ore perse, di ferite che si aprono in volto, di cieli finti; di bianchi veli del tempo, di forze oscure. E poi di danze sul fuoco, di distanze da sé, di occhi dell’anima.

Si intonava l’età adulta che veniva a bussare alla porta per precisare che non avrebbe fatto sconti ma che avrebbe concesso una corsia di senso nella quale poter proseguire il cammino in parallelo, di fianco, scorrendo col tutto pur mantenendo una direzione laterale, connessa ma distaccata, dentro ma fuori, sintonizzata col qui ed ora ma orientata verso qualcos’altro. Un qualcosa che forse nemmeno esiste, ma c’è.

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